Non solo Amazzonia: nelle aree umide brasiliane la riserva dimenticata di carbonio
Le zone umide della savana brasiliana custodiscono enormi quantità di carbonio, ma sono minacciate dal cambiamento climatico e dall’espansione agricola. E le politiche di protezione, dirette quasi esclusivamente alle foreste, tendono a trascurarle
di Matteo Cavallito
Quando si pensa al sequestro di carbonio nella regione sudamericana ogni riferimento corre spontaneamente alla foresta amazzonica e al suo ruolo chiave nella mitigazione del clima globale. Assai meno attenzione, tuttavia, viene tipicamente riservata a un altro ecosistema di importanza cruciale il cui peso è tuttora particolarmente sottovalutato: l’insieme delle torbiere tropicali. A sottolinearne la rilevanza, in questo senso, è una recente ricerca pubblicata sulla rivista New Phytologist che mostra come una delle maggiori riserve dell’elemento organico si trovi oggi in una savana erbosa spesso trascurata: il Cerrado.
Le misurazioni effettuate durante lo studio, che ha coinvolto il Cary Institute of Ecosystem Studies di Millbrook (NY), negli Stati Uniti, e la Universidade Estadual de Campinas, in Brasile, hanno fatto emergere una concentrazione media di carbonio per ettaro molto superiore a quella individuata nella biomassa della più estesa foresta tropicale del mondo.
Piogge e corsi d’acqua hanno favorito l’accumulo di carbonio
Il Cerrado è il secondo bioma più grande del Sud America e occupa il 26% della superficie del Brasile, spiega il Cary Institute. Questa savana, la più ricca di biodiversità nel Pianeta, ospita anche le sorgenti di circa due terzi dei principali fiumi del Paese la cui presenza contribuisce a saturare d’acqua i suoli torbosi nei quali, peraltro, si concentra il carbonio proveniente da piante parzialmente decomposte e altra materia organica.
Le condizioni umide creano una carenza di ossigeno che rallenta la decomposizione stessa consentendo a queste zone umide di immagazzinare grandi quantità di carbonio nei suoli anche per migliaia di anni.
Nonostante questo, a differenza di ciò che accade per le omologhe boreali, queste torbiere tropicali sono spesso sottovalutate. “Nelle foreste pluviali, le precipitazioni abbondanti e costanti favoriscono l’accumulo di torba nei climi tropicali”, spiega lo studio. “Tuttavia, le torbiere alimentate dalle acque sotterranee negli ecosistemi tropicali stagionalmente aridi sono ancora poco conosciute, nonostante la loro potenziale importanza nelle dinamiche globali del carbonio”. Quella condotta in Brasile è la prima ricerca che utilizza profili profondi del suolo in diversi siti per quantificare la presenza di carbonio.
Una densità dell’elemento sei volte superiore a quella dell’Amazzonia
Per misurare il carbonio, i ricercatori hanno estratto carote di suolo fino a quattro metri di profondità in diverse aree quali palmeti (veredas) e praterie aperte (campos úmidos) del Cerrado. Dati di telerilevamento combinati con tecniche di apprendimento automatico suggeriscono che queste zone umide possano coprire 16,7 milioni di ettari (167mila km2), un’estensione molto superiore alle stime precedenti. Questa area rappresenta circa l’8% del Cerrado e il 2% del Brasile. Le analisi sono ancora in corso per affinare queste stime.
Le veredas, in particolare, “contengono un ammontare eccezionale di carbonio: 1.200 tonnellate per ettaro”. Un dato circa sei volte superiore a quello rilevato mediamente nella foresta amazzonica.
Analisi al radiocarbonio effettuate presso il Max Planck Institute in Germania hanno permesso di stabilire da quanto tempo il carbonio si accumula in questi ambienti. L’età media dell’elemento organico è pari a quasi 11.200 anni ma alcune porzioni superano i 20 millenni. Il problema, però, è la sua tenuta. Le analisi spettroscopiche, infatti, “hanno evidenziato una bassa stabilità del carbonio rispetto ad altre torbiere tropicali mentre circa il 70% delle emissioni annuali di CO2 e di metano si è verificato durante la stagione secca”. Queste riserve, insomma, appaiono fortemente vulnerabili.
Ecosistema a rischio
Una volta perso, osservano infatti gli studiosi, questo carbonio non può essere ricompensato attraverso la rigenerazione dell’ecosistema come accade, per contro, con le foreste. Questo tipo di ecosistema, inoltre, tende a essere trascurato dalle strategie di protezione che si concentrano abitualmente sulle aree forestali a cominciare dall’Amazzonia. L’espansione agricola, inoltre, comporta il prosciugamento delle stesse torbiere che provoca una più rapida decomposizione del carbonio organico che viene emesso dal suolo. Il cambiamento climatico, gli incendi e l’intensificarsi della siccità fanno il resto.
“Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sull’Amazzonia, l’espansione dell’agroindustria continua a prendere di mira il Cerrado, mettendo a serio rischio la sua varietà naturale, le risorse idriche e le riserve di carbonio”, conclude lo studio. Per questo, “riconoscere e proteggere queste zone umide torbose è indispensabile, non solo per rafforzare la contabilità nazionale delle emissioni e raggiungere gli obiettivi climatici globali attraverso soluzioni basate sulla natura, ma anche per garantire la disponibilità idrica, salvaguardare la biodiversità e assicurare la resilienza del bioma più minacciato del Brasile”.

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