23 Marzo 2026

La coltivazione adattata nelle torbiere fa bene anche alla biodiversità

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Lo studio britannico: le torbiere vocate alla paludicoltura ospitano circa tre volte più uccelli rispetto ai prati drenati, raggiungendo livelli simili a quelli delle zone umide naturali

di Matteo Cavallito

La paludicoltura sta emergendo come una delle soluzioni più promettenti per affrontare la crisi climatica tutelando al tempo stesso ambienti di importanza cruciale come le torbiere. A tutto questo, però, si aggiungerebbe anche un altro vantaggio finora sottovalutato: l’impatto positivo di questa pratica sulla biodiversità. Lo evidenzia un nuovo studio condotto dalla Royal Society for the Protection of Birds (RSPB) e dall’Università di Cambridge che mostra come tale approccio non solo riduca le emissioni di gas serra ma possa anche favorire la presenza di comunità di uccelli più ricche e diversificate rispetto a quelle che si osservano nei prati agricoli bonificati.

Il drenaggio trasforma le torbiere in fonti di emissione

Storicamente le zone umide sono andate incontro al drenaggio per essere convertite in terreni da destinare alle coltivazioni tradizionali. Tali iniziative hanno portato nel tempo alla progressiva scomparsa di gran parte di questi ambienti che, come noto, rappresentano uno dei più grandi serbatoi di carbonio del pianeta. Le torbiere, infatti, “coprono solo il 3% delle terre emerse ma immagazzinano il 30% del carbonio in esse contenuto”, sottolinea lo studio pubblicato su Ecological Solutions and Evidence, una rivista della British Ecological Society.

Tuttavia, prosegue lo studio, “a causa del degrado provocato dal drenaggio per scopi agricoli, forestali e di estrazione della torba, le torbiere drenate emettono attualmente circa il 5% delle emissioni antropogeniche di gas serra, una quota che, secondo le previsioni, salirà all’8% entro il 2050 quando, contemporaneamente, un quarto delle torbiere del Pianeta si troverà probabilmente in uno stato di degrado”.

Il drenaggio, in altre parole, trasforma le aree umide da serbatoi a fonti di emissione contribuendo così al cambiamento climatico. La diffusione della paludicoltura è legata indirettamente a questo aspetto. Con l’obiettivo di conservare questi ambienti, infatti, è possibile evitare il prosciugamento e, di conseguenza, la dispersione di carbonio, aprendo la strada a colture adattate a tali condizioni. Con importanti benefici per il clima e non solo.

Nelle aree umide coltivate il numero delle specie triplica

Per evidenziarlo lo studio ha preso in esame tre diversi ambienti nei Paesi Bassi: zone umide naturali, siti di paludicoltura coltivati a Typha e prati agricoli drenati e pascolati. I risultati sono particolarmente significativi. In queste aree, infatti, si osservava “una vasta gamma di specie di uccelli, sia generaliste che specializzate nelle zone umide, incluse molte di quelle considerate a rischio a livello europeo o mondiale”, sottolineano i ricercatori. E ancora: “La presenza prevista di uccelli nelle zone coltivate era paragonabile a quella delle aree umide naturali (30,8 uccelli per ettaro) e significativamente superiore a quella delle praterie (10,5 per ettaro)”.

I siti soggetti a paludicoltura, in altre parole ospitano circa tre volte più uccelli rispetto ai prati drenati, raggiungendo livelli simili a quelli delle zone umide naturali.

Tra le specie osservate figurano sia uccelli tipici degli ambienti acquatici – come cannareccione (Acrocephalus arundinaceus) e zigolo di canna (Emberiza schoeniclus) – sia specie delle praterie, creando comunità ibride e particolarmente ricche. “Il nostro studio dimostra che la paludicoltura può sostenere una densità ornitologica complessiva paragonabile a quella delle aree paludose e fungere da habitat di collegamento tra le comunità di specie agricole e quelle delle zone umide, fornendo risorse a entrambe”, prosegue lo studio.

Innovazione e investimenti per la neutralità climatica

Questa forma di agricoltura, dunque, potrebbe contribuire alla riduzione delle emissioni legate all’uso del suolo nelle torbiere, sostenendo così l’obiettivo della neutralità climatica. Sfruttare il potenziale della paludicoltura, ricordano ancora gli scienziati, richiederà investimenti, adeguate politiche e innovazione: in questo modo, tale pratica potrebbe diventare un pilastro di un sistema agricolo più resiliente, capace di rispondere alle sfide ambientali senza rinunciare alla produttività.

I risultati dello studio, concludono, “suggeriscono che la paludicoltura possa rappresentare un utilizzo multifunzionale del territorio, in grado di favorire la biodiversità oltre che di apportare altri benefici già noti”. Trasformandosi così in un sistema capace di integrare elementi di ecosistemi diversi all’interno di paesaggi agricoli.