Anche l’insicurezza della proprietà terriera danneggia la salute del suolo
Un nuovo rapporto globale di FAO e International Land Coalition evidenzia che solo il 35% delle terre mondiali ha proprietà documentata. Le conseguenze negative: disuguaglianze sociali, minore resilienza, minore cura del suolo, insicurezza alimentare, danni alla biodiversità
di Emanuele Isonio
A livello globale, solo il 35% delle terre del pianeta ha diritti formalmente documentati. Il resto si muove in una zona grigia fatta di consuetudini, registrazioni incomplete e proprietà incerte. E questa situazione crea problemi non solo dal punto di vista delle tensioni sociali ed economiche interne agli Stati ma anche in termini di tutela degli ecosistemi, di rischi per la biodiversità e per la sicurezza alimentare. È il dato chiave dello “Status of Land Tenure and Governance 2026”, nuovo rapporto pubblicato dalla FAO in collaborazione con International Land Coalition (ILC) e dall’organizzazione francese per la ricerca e la cooperazione agricola (CIRAD), che fotografa lo stato della proprietà e della governance della terra nel mondo.
La sicurezza fondiaria tutela ambiente e diritti
Il quadro è tutt’altro che rassicurante. Circa 1,1 miliardi di persone – quasi un adulto su quattro – ritengono probabile perdere nei prossimi cinque anni la propria casa o una parte delle terre su cui vivono e lavorano. Un senso di precarietà che, secondo gli autori, è cresciuto negli ultimi anni e che incide direttamente su stabilità sociale, sicurezza alimentare e capacità di investire nel futuro.
“La sicurezza fondiaria è una delle leve più potenti per combattere disuguaglianze, fame e vulnerabilità”, afferma l’economista capo della FAO, Maximo Torero Cullen. Senza diritti certi, le famiglie tendono a non investire, la produttività cala e aumenta l’esposizione a crisi climatiche ed economiche.
Il rapporto è il primo bilancio globale completo su come la terra viene posseduta, utilizzata e amministrata. Integra due decenni di linee guida internazionali, in particolare le Linee Guida Volontarie sulla Governance Responsabile della Proprietà della Terra, della Pesca e delle Foreste (VGGT), e collega in modo esplicito i diritti fondiari alle grandi sfide contemporanee: clima, biodiversità, parità di genere, trasformazione rurale.
La fotografia della situazione
I numeri raccontano un mondo fortemente sbilanciato. Gli Stati detengono legalmente oltre il 64% delle terre emerse, anche se questa categoria include vaste aree consuetudinarie prive di documentazione formale. Poco più di un quarto del territorio globale è di proprietà privata di individui, aziende o collettivi; per circa il 10% la proprietà è sconosciuta.
Guardando ai soli terreni agricoli – che coprono il 37% della superficie terrestre – emerge una concentrazione estrema:
il 10% dei maggiori proprietari controlla l’89% delle terre coltivate.
Le aziende agricole oltre i mille ettari gestiscono più della metà dei suoli agricoli mondiali, mentre l’85% degli agricoltori dispone di meno di due ettari, appena il 9% del totale.

I dati evidenziati in questa sezione coprono 11,7 miliardi di ettari, ovvero il 90% del territorio mondiale. L’aggregazione dei dati disponibili sui regimi fondiari provenienti da diversi paesi si basa su una varietà di fonti. Ove disponibili, vengono utilizzati dati riportati a livello nazionale (attraverso relazioni di audit fondiario nazionale, conti fondiari e censimenti agricoli che raccolgono dati sui regimi fondiari, nonché valutazioni forestali con disaggregazione dei regimi fondiari). In assenza di fonti governative, o in aggiunta a queste, sono state utilizzate fonti di dati secondarie come rapporti delle Nazioni Unite, fonti accademiche e ricerche condotte da istituzioni nel settore dei regimi fondiari e della governance (RRI, mappe LandMark, USAID, Landesa, Land Portal, ecc.). FONTE: Elaborazione degli autori del rapporto Status of Land Tenure and Governance 2026.
Un mosaico di differenze regionali
Le differenze regionali sono marcate. Nell’Africa subsahariana il 73% del territorio è soggetto a regimi consuetudinari, ma solo l’1% è formalmente riconosciuto. In Asia orientale e sudorientale prevale la proprietà statale (51%), mentre la proprietà privata rappresenta il 9%. In Nord America la quota privata è del 32%, in America Latina e Caraibi del 39%, in Europa del 55% (esclusa la Federazione Russa, dove domina la proprietà pubblica).
Particolarmente delicata è la situazione dei popoli indigeni e delle comunità tradizionali. Occupano 5,5 miliardi di ettari – il 42% delle terre mondiali – ma solo un miliardo di ettari, pari all’8%, gode di diritti chiaramente riconosciuti. In queste aree si concentra oltre un terzo del carbonio immagazzinato nel pianeta e il 40% delle foreste intatte: un patrimonio ambientale esposto al rischio di “limbo legale”.
Il rapporto evidenzia anche un persistente divario di genere: quasi ovunque gli uomini hanno più probabilità delle donne di possedere o detenere diritti sicuri sulla terra, con scarti superiori ai 20 punti percentuali in quasi metà dei Paesi analizzati.
Esplorando le terre consuetudinarie
Le terre consuetudinarie – gestite da popolazioni indigene, pastori e gruppi tribali – coprono aree vastissime. Il 77% di quelle censite, pari a 4,2 miliardi di ettari, è stato mappato, seppure spesso in modo indicativo. Si stima che contengano 45 gigatonnellate di carbonio “irrecuperabile”, soprattutto in biomi forestali.
Eppure queste stesse aree sono sotto crescente pressione: espansione urbana, infrastrutture, agricoltura industriale, estrazioni minerarie ed energetiche. Paradossalmente, anche alcune soluzioni climatiche – come progetti per biocarburanti o compensazioni di carbonio – possono tradursi in nuove acquisizioni su larga scala. Secondo il Land Gap Report 2022, gli impegni globali per le emissioni nette zero richiederebbero fino a 1,2 miliardi di ettari per rimozioni di carbonio basate sul suolo, una superficie vicina a quella di tutti i terreni coltivabili del mondo.
Il messaggio finale è chiaro: senza un’accelerazione politica e politiche più inclusive, la terra resterà terreno di disuguaglianze e conflitti. Ma con diritti certi e riconosciuti, può diventare la base per investimenti sostenibili, tutela degli ecosistemi e sicurezza alimentare di lungo periodo.


Vincent Sasseville/Nunataryuk Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic CC BY-NC-SA 2.0 Deed https://www.flickr.com/photos/gridarendal/49555909433
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