5 Febbraio 2025

PFAS: ripulire l’Europa costerebbe 2mila miliardi in vent’anni

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La stima è contenuta in un’inchiesta coordinata dal quotidiano francese Le Monde sulla diffusione dei PFAS nel Vecchio Continente. Sotto accusa la lobby dei produttori

di Matteo Cavallito

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Due trilioni di euro. Ovvero 100 miliardi all’anno per due decenni. A tanto ammonta il costo di decontaminazione dei suoli europei dai residui di PFAS, le sostanze di origine industriale a base di fluoro note come forever chemicals, in riferimento alla loro incapacità di degradare in assenza di interventi specifici. Lo hanno riferito nelle scorse settimane i 46 giornalisti impegnati nel Forever Lobbying Project, un’inchiesta – coordinata dal quotidiano francese Le Monde – che dal 2023 a oggi ha coinvolto 18 tra ricercatori ed esperti nello studio di oltre 14mila documenti inediti.

Sostanze pericolose e difficili da smaltire

La categoria dei PFAS comprende oltre 10mila sostanze definite per- e polifluoroalchiliche considerate particolarmente pericolose per la salute umana. Si tratta, ha scritto la rivista Scientific American, di composti altamente stabili che “vengono utilizzati nei prodotti progettati per resistere al grasso e all’acqua ma non sono facilmente biodegradabili”. I PFAS si trovano tipicamente nei pesticidi fluorurati (quelli cioè che contengono uno o più atomi di fluoro nella loro struttura molecolare) che sono considerati particolarmente efficaci nel contrasto ai parassiti delle piante.

Tale efficacia è favorita proprio dalla stabilità chimica che ne favorisce l’azione prolungata. Questa caratteristica, va da sé, implica ovviamente una significativa difficoltà di smaltimento.

Secondo alcune stime, l’emivita di alcuni fluorurati – ovvero il tempo necessario per il dimezzamento della loro presenza nell’ambiente dopo l’irrorazione – può raggiungere i 2 anni e mezzo. Secondo l’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, per definire “persistenti” le sostanze inquinanti è sufficiente un’emivita superiore ai 60 giorni.

I composti fluorurati sono dappertutto

La presenza di PFAS, in ogni caso, non è limitata ai pesticidi. Diffuse a partire dalla seconda metà del XX secolo, queste sostanze si trovano infatti anche nelle schiume antiincendio, nelle vernici, in molti tipi di rivestimenti e negli imballaggi alimentari. I loro residui, inevitabilmente, si disperdono ovunque. Questi inquinanti eterni “si trovano nel suolo, nelle gocce di pioggia, nel cibo e nel sangue. Possono causare tumori, alterazioni ormonali e immunitarie e molto altro ancora”, scrivono gli autori.

“Queste sostanze chimiche – aggiungono – si nascondono nel terreno e negli edifici e la loro contaminazione colpisce gradualmente le acque circostanti, gli ecosistemi e le popolazioni umane”.

Il calcolo

Per calcolare i costi di decontaminazione i ricercatori hanno preso in esame sia i PFAS di prima generazione, caratterizzati da molecole a struttura lunga e da tempo messi al bando, sia i prodotti realizzati e diffusi in seguito che presentano una catena corta, “sono estremamente mobili e possono entrare molto facilmente nelle cellule degli esseri viventi”. Ebbene: “La bonifica dei siti con maggiore concentrazione di PFAS a catena lunga in Europa costerebbe 4,8 miliardi di euro all’anno“, scrivono i ricercatori.

Contemporaneamente, “eliminare, anche solo parzialmente, e distruggere i PFAS a catena corta e ultracorta dall’ambiente costerebbe circa 100 miliardi di euro all’anno. Si tratta, insomma, di oltre 2.000 miliardi di euro in 20 anni“.

Le accuse alla lobby e ai limiti della regolamentazione

Nel febbraio 2023, cinque Paesi – Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia – hanno proposto una messa al bando universale dei PFAS nell’ambito del regolamento europeo sulle sostanze chimiche (REACH – Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) con alcune deroghe temporanee. In risposta a questa iniziativa, affermano i ricercatori, centinaia di esponenti di circa 15 settori industriali hanno iniziato a fare pressioni sui decisori europei per contrastare la proposta.

Esaminando migliaia di documenti, gli autori hanno contestato le argomentazioni dei lobbisti giudicandole in molti casi fuorvianti, infondate o potenzialmente disoneste.

L’industria della plastica, in particolare, avrebbe utilizzato le tattiche di influenza “utilizzate per decenni per difendere il tabacco, i combustibili fossili e altri prodotti chimici come i pesticidi, incluso il glifosato della Monsanto”. In questo quadro, sottolinea Le Monde, il processo di regolamentazione si troverebbe tuttora in una situazione di stallo. “Solo alcuni Paesi europei hanno fissato valori limite specifici per il TFA (acido trifluoroacetico un composto della famiglia dei PFAS, ndr)”, scrive il quotidiano. In generale, conclude, “non tutti i PFAS sono ugualmente tossici alle stesse concentrazioni, ma una cosa è certa, secondo gli esperti: le attuali normative sono troppo permissive per tutelare la salute”.