Le piante invasive minacciano la biodiversità artica
Biodiversità a rischio: una ricerca norvegese traccia un quadro della crescente presenza di piante invasive nelle isole Svalbard. “Necessario prevenire il fenomeno”, spiegano gli scienziati
di Matteo Cavallito
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La crisi della biodiversità non risparmia nessuno. Nemmeno i territori più remoti e isolati del Pianeta, vittime, anche loro, di un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante: l’assalto delle nuove specie vegetali. Lo schema è consolidato: varietà non autoctone entrano in competizione con le piante locali, riducendone la presenza e impattando negativamente sugli equilibri dell’ecosistema. Un fenomeno diffuso in tutto il mondo che, da qualche tempo, interessa anche le lontane isole Svalbard, nell’arcipelago del Mar Glaciale Artico. Lo rivela uno studio della Norwegian University of Science and Technology di Trondheim.

298 / 5.000 Ricchezza potenziale di specie di piante vascolari non autoctone in tutto lo Svalbard in base agli scenari climatici attuali e a due scenari climatici futuri. FONTE: Speed JDM, Pertierra LR, Westergaard KB (2024) The potential area of occupancy of non-native plants across a warming high-Arctic archipelago: Implications for strategic biosecurity management. NeoBiota 93: 157-175. https://doi.org/10.3897/neobiota.93.114854
Nelle Svalbard si trovano sempre più piante non native
“Finora l’Artico è riuscito a evitare una delle più gravi minacce alla biodiversità sulla Terra”, spiega una nota dello stesso ateneo. “Questo vale anche per le Svalbard, ma le cose potrebbero cambiare molto rapidamente e i ricercatori vogliono trovare un modo per contrastare questa minaccia”. Il fatto, spiegano gli scienziati norvegesi, è che nell’Arcipelago si trovano sempre più spesso nuove specie vegetali non autoctone. Un fenomeno che ispira due possibili spiegazioni.
“L’aumento dell’attività umana fa crescere il rischio che vengano introdotte nuove piante e i cambiamenti climatici accentuano il pericolo di diffusione di specie invasive”, spiega Kristine Bakke Westergaard, ricercatrice e co-autrice dello studio.
Da un lato, in altre parole, c’è il problema della mancanza di controlli sui visitatori in arrivo e sulla potenziale contaminazione derivante da tracce di suolo e semi trasportati non consapevolmente tramite i vestiti e le scarpe. Inoltre, il mutamento delle condizioni ambientali del territorio rende quest’ultimo più adatto a ospitare specie vegetali che un tempo non avrebbero saputo svilupparsi.
Lo studio
La ricerca ha permesso in questo senso di tracciare un primo quadro della situazione. “Per facilitare lo sviluppo di misure di biosicurezza nell’arcipelago delle Svalbard, che è caratterizzato da un rapido aumento delle temperature e da un elevato traffico (di persone, ndr)”, hanno spiegato gli autori, “abbiamo creato modelli per mappare il potenziale di nicchia bioclimatica di 27 specie di piante vascolari non autoctone consolidate o entranti in questo territorio”.
Al tempo stesso, i ricercatori hanno individuato le aree a maggiore rischio di occupazione diffusa. Raggiungendo le prime, importanti conclusioni.
“Con il clima attuale, le tre specie che rappresentano la minaccia più elevata in termini di ampiezza di occupazione e di potenziale di invasione noto sono la Deschampsia cespitosa (una gramigna, ndr), il Ranunculus subborealis villosus (una specie di ranuncolo dei prati, ndr) e la Saussurea alpina (un’erba tipica dei pascoli, ndr)”, spiega ancora lo studio.
Il clima può peggiorare la situazione
Al momento, segnala la ricerca, le isole disabitate di Edgeøya e Barentsøya nella parte orientale dell’arcipelago, e quella di Bjørnøya, a sud, dove ha sede la stazione meteorologica rappresentano le aree più a rischio. Ma a ben vedere, in futuro, nessuna area può dirsi immune al fenomeno.
“In condizioni climatiche future, la maggior parte delle specie considerate avrà una distribuzione potenzialmente ampia in tutto l’arcipelago”, sottolineano infatti gli autori.
In questo contesto, i ricercatori sottolineano dunque la necessità di interventi urgenti. Le autorità, spiegano, dovrebbero agire rapidamente per limitare la diffusione delle specie non autoctone dando priorità alla prevenzione dei fenomeni di contaminazione.

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