27 Novembre 2020
Una porzione di foresta tropicale spazzata via per fare spazio alle coltivazioni intensive destinate a biocarburanti. FOTO: Archivio Greenpeace.

Soia per biocarburanti, il nuovo amico della deforestazione

Lo stop all’uso di olio di palma come biocarburante previsto dalla Ue sta spingendo a una sua sostituzione con la soia. L’impatto ambientale negativo quindi non cambierebbe. La domanda del cereale potrebbe quadruplicare in un decennio. L’allarme in un rapporto di Transport & Environment

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Soia per biocarburanti, il nuovo amico della deforestazione” su Spreaker.

Cambia l’ingrediente principale ma la ricetta rimarrebbe comunque indigesta. E continuerebbe a provocare deforestazioni su vasta scala, aumento delle emissioni climalteranti, danni irreparabili agli ecosistemi e una ulteriore perdita di biodiversità che la Terra certamente non può permettersi.

L’imputato è la soia, cereale che potrebbe rapidamente soppiantare l’utilizzo dell’olio di palma all’interno dei biocarburanti. Ne sono convinti i ricercatori della società di consulenza Cerulogy che hanno realizzato un dettagliato rapporto per conto dell’organizzazione indipendente Transport & Environment. Secondo il documento, la domanda di olio di soia per biodiesel potrebbe raddoppiare o addirittura quadruplicare entro il 2030 rispetto ai livelli dell’anno scorso. Il consumo annuale salirebbe quindi a 7,3 milioni di tonnellate. Un valore enorme. Tanto per capirci meglio: in Europa nel 2018 la quantità di olio di palma usata per produrre biocarburanti si è fermata a 4 milioni di tonnellate.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Anni 1970-2018. FONTE: FAOstat.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Periodo: 1970-2018. FONTE: FAOstat.

Addio a foreste grandi due volte Roma

La conseguenza sarebbe l’emissione di 38 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Ma i danni ambientali non verrebbero limitati a questo: come già avvenuto nel caso dell’olio di palma, anche la soia imporrebbe di trovare nuovi terreni per coltivarla. Inevitabile dunque la competizione con l’agricoltura per scopi alimentari, che per essere soddisfatta richiederebbe tra i 2,4 e i 4,2 milioni di ettari di terreno aggiuntivo. Una superficie grande, nel migliore dei casi, come la Slovenia. O quanto i Paesi Bassi, nell’ipotesi peggiore. Per portare avanti le nuove colture di soia, verrebbero inoltre rasi al suolo non meno di 230mila ettari di foreste. Due volte l’area della città di Roma. Enorme quindi la pressione su torbiere e aree umide tropicali in Amazzonia, Africa e Borneo.

L'impatto ambientale negativo dell'aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’impatto ambientale negativo dell’aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

Dalla Ue una norma boomerang

La prevista moltiplicazione delle colture di soia è un effetto indesiderato delle scelte fatte dall’Unione europea: per tentare di limitare i danni causati dall’olio di palma, la Commissione Ue ha infatti considerato quest’ultimo come un biocarburante ad elevato impatto ambientale. Il criterio utilizzato impone infatti di limitare i consumi di biocombustibili ad “elevato rischio ILUC” (Indirect Land Use Change): si calcolano cioè le emissioni da cambiamento indiretto dell’uso di suolo. E così, con la direttiva RED II, lo ha di fatto messo al bando: entro il 2030 non verrà più calcolato per raggiungere gli obiettivi per le fonti rinnovabili nei trasporti. Ma l’olio di palma è l’unica materia prima su cui è calata la scure di Bruxelles. Nessun altra è rientrata nell’elenco di quelle ad alto ILUC.

In questo modo, la norma europea non è riuscita a risolvere il problema dell’impatto ambientale dei biocarburanti. Limitare l’uso di singole materie prime agricole nei biocarburanti non è infatti sufficiente. Se si considerassero – spiegano gli analisti di Cerulogy – le emissioni indirette di CO2 causate ad esempio dall’abbattimento delle piante che non possono quindi più assorbire carbonio dall’atmosfera, molte materie prime per biofuels finirebbero per essere più inquinanti anche della benzina e del diesel tradizionale. La soia è senz’altro una di queste: già in passato studi indipendenti hanno indicato come fosse la seconda a maggiore rischio ILUC dopo l’olio di palma.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’Italia anticipa i tempi

In attesa che la Commissione europea aggiorni l’elenco dei biocarburanti pericolosi per l’ambiente, un passo in avanti possono farlo i singoli Stati membri agendo autonomamente. Possono ridurre l’arco temporale entro il quale imporre lo stop alle materie prime controverse e anche ampliare il loro elenco. Esattamente ciò che si accinge a fare l’Italia: a fine ottobre il Senato ha approvato un emendamento alla legge di delegazione europea (primo firmatario Loredana De Petris, di Liberi e Uguali). La norma prevede di anticipare al 2023 lo stop agli incentivi per i biocarburanti a base sia di olio di palma sia di soia. Sicuramente un passo in avanti rispetto alla direttiva europea. Sempre che il testo venga confermato anche nel passaggio a Montecitorio.