3 Aprile 2023

Report OCSE sui green jobs: tra mancanza di competenze e gap regionali

Lo studio OCSE mappa i lavori della transizione ecologica: in 10 anni i green jobs sono aumentati solo del 2% e con notevoli differenze geografiche. Ma c’è un boom di richieste

di Simone Fant *

 

Gli effetti della transizione ecologica sul mercato del lavoro sono uno dei temi politici più dibattuti a livello europeo. Sull’argomento esiste un doppio binario di pensiero che va a velocità diverse: da una parte c’è chi stigmatizza un cambiamento troppo radicale temendo ricadute sul tessuto occupazionale e sociale, dall’altra chi considera la rivoluzione verde come una grande opportunità che porterà benefici economici e ambientali.

A fotografare la situazione dei cosiddetti green jobs ci ha pensato l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), esaminando la quota di posti di lavoro con mansioni “verdi” di 30 Paesi tra i suoi membri. Lo studio, esplorando i rischi e le opportunità della transizione verde, rivela marcate differenze regionali e avverte che, se i decisori politici non intervengono, la transizione verde rischia di esacerbare gap geografici e sociali.

I dati sui green jobs nei Paesi OCSE

Nonostante durante l’ultima decade la sensibilità e la consapevolezza ambientale sia cresciuta parecchio, il report registra un aumento di solo il 2% dei green jobs nel mercato del lavoro. Dal 2011 al 2021 si è passati infatti dal 16% al 18%, con notevoli differenze geografiche. In Europa, le regioni con le quote più basse di lavori verdi si trovano in Grecia, Italia e Spagna, mentre quelle dove si sono diffusi più velocemente si registrano nei Paesi baltici, Francia, Svizzera e Regno Unito.

Lo studio rileva che sono i grandi centri urbani a guidare la transizione verde, questo spiega la quota crescente di impieghi nei pressi delle capitali. Nelle aree periferiche, invece, si nota un maggior bilanciamento ed è qui che si crea margine, secondo OCSE, per una transizione occupazionale.

Complessivamente le quota dei lavori “green-task” è molto disomogenea, a seconda dell’area geografica può subire picchi dal 7% a oltre il 35%.
Se la quota di lavori green non è cresciuta secondo le aspettative, ad esplodere, soprattutto dall’inizio della pandemia, è stata la domanda, che ha superato di 30 punti percentuali le altre professioni. Si registra quindi un aumento di posti vacanti per le nuove professioni della transizione ecologica.

La differenza nella presenza di green jobs tra capitali degli Stati e resto dei diversi Paesi. FONTE: OECD, 2023.

La differenza nella presenza di green jobs tra capitali degli Stati e resto dei diversi Paesi. FONTE: OECD, 2023.

La transizione verde premia i lavoratori qualificati

Dal report emerge che le donne tendono ad essere sotto-rappresentate, occupando solo il 28% dei green jobs. D’altra parte, gli uomini saranno i più colpiti dalla scomparsa degli impieghi nei settori più inquinanti.

“Senza un’azione politica – raccomanda l’OCSE – ci potrebbero essere effetti negativi sulla distribuzione di questi lavori”. Si calcola che in media per i lavori verdi è previsto fino al 20% in più di retribuzione rispetto ad altri lavori. Salari destinati però solo ad una certa fascia di popolazione.

Finora infatti sono stati i lavoratori altamente qualificati e istruiti a cogliere prevalentemente le opportunità di lavoro più premianti. Al contrario, le persone con un basso livello di istruzione e con occupazioni mediamente qualificate hanno meno opportunità di ricollocamento e potrebbero correre maggiori rischi di disoccupazione. Nonostante questo la domanda di manodopera a bassa qualifica nei settori della gestione dei rifiuti o dell’edilizia potrebbe crescere esponenzialmente.

La mancanza di talenti green e di una definizione universale

Il report sottolinea come la crescente domanda di competenze green debba esser soddisfatta da un mirato sostengo di riqualificazione professionale. Nel secondo trimestre del 2022, quasi il 30% delle imprese europee sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi ha registrato un diminuzione di produttività a causa della mancanza di personale qualificato.

“Molti Paesi sperimentano già lacune e disallineamenti di competenze come ostacoli alla crescita economica e agli aumenti di produttività” si legge. “Ci sarebbe bisogno di supporto finanziario per la promozione e lo sviluppo di competenze”. Pochissimo finora è stato fatto però: in media meno dell’1% di tutti i finanziamenti di ripresa post pandemica è stato dedicato alla formazione professionale tra i Paesi OCSE.

Per mitigare la carenza di manodopera e il mismatch di competenze, la politica dovrebbe innanzitutto chiarire universalmente in cosa consiste un green job, sia in termini di abilità che di mansioni. E su questo aspetto si nota una certa confusione. Per esempio l’Onu li definisce come posti di lavoro in settori che contribuiscono in modo sostanziale a preservare o ripristinare la qualità ambientale e ridurre al minimo la produzione di rifiuti e l’inquinamento. Per il Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale (Cedefop), invece, le competenze green si identificano nelle conoscenze, capacità, valori e atteggiamenti che contribuiscono a sviluppare una società sostenibile. Questa poca chiarezza inficia anche la qualità delle statistiche che potrebbero aiutare i decisori politici ad intervenire in modo più mirato ed efficace.

Fornire una stima precisa di quante persone lavorino in questo ambito è quindi complesso. Considerando il settore dei beni e servizi ambientali (EGSS), l’Eurostat nel 2021 ha stimato che ci sono attualmente circa 4,4 milioni di green jobs. Ma potrebbero essere di più o di meno, a seconda della definizione.

 

* L’articolo originale è stato pubblicato su Renewable Matter.