13 Aprile 2022

Competenze e spinta al cambiamento. “Così la finanza può aiutare l’economia circolare”

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Mario Calderini (Politecnico di Milano): “La finanza ha scelto la sostenibilità molto prima delle imprese. La pressione congiunta di investitori e consumatori è decisiva nella trasformazione dei modelli di business”

di Matteo Cavallito

 

La finanza, dice la logica, ha assunto da tempo un ruolo cruciale nel dare sostegno allo sviluppo dell’economia circolare. Ne sono consapevoli le imprese, chiamate a ricevere supporto economico e culturale. E lo sanno gli operatori che tra il 2019 e il 2020, secondo le stime di Chatham House hanno investito nel settore non meno di 46 miliardi di dollari. Numeri importanti, che secondo alcuni osservatori si accompagnerebbero anche a rendimenti superiori alle media.

Limitarsi a guardare le cifre, perdendosi magari in una certa retorica troppo celebrativa, tuttavia, sarebbe un errore. Perché la transizione verso la circolarità è soprattutto una questione di intenti. E i risultati attesi in termini di impatto positivo, in questo senso, devono prevalere, in ordine di importanza, sulle aspettative di redditività immediata. Ne è convinto Mario Calderini, professore ordinario di Management di sostenibilità e impatto al Politecnico di Milano, nonché componente del Comitato Tecnico Scientifico di Re Soil Foundation.

Professor Calderini, come giudicare i numeri emersi dalle indagini di mercato?

La dimensione delle cifre dipende molto dai criteri di definizione adottati. Se allarghiamo lo sguardo a tutti gli investimenti ESG, nei quali i temi dell’economia circolare sono prevalenti, arriviamo anche a 40mila miliardi. Ora, che tutti questi soldi siano investiti in tal senso è un bene. Ma al tempo stesso occorre stare attenti a una certa narrazione: in altre parole, dire “occorre investire nell’economia verde perché così si guadagna” mi pare pericoloso.

In che senso?

Io credo che la vera questione sia relativa alla necessità di incentivare quegli investimenti che accettano un rischio superiore a quello remunerato dal rendimento offerto pur di generare un impatto ambientale positivo. Sono questi i veri investimenti nell’economia circolare. Oggi dobbiamo sostenere anche quella finanza che guarda a questo tipo di operazioni che pure non sono immediatamente performanti. Una finanza, insomma, capace di raggiungere un risultato circolare misurabile che sia stato definito ex ante.

Come dire che ci servono investimenti realmente trasformativi, giusto?

Sì, come ci servono anche investimenti indirizzati verso il sociale. Una sproporzione di attenzione alla circolarità accompagnata da una bassa attenzione a temi delle disuguaglianze fa male alla stessa economia circolare perché mette in campo una transizione non sostenibile.

Detto questo, quale deve essere il sostegno della finanza all’economia circolare?

Dobbiamo considerare che la finanza ha percorso la strada della sostenibilità molto prima delle imprese. Credo che gli investimenti nella circolarità richiedano un accompagnamento da parte delle organizzazioni finanziarie attraverso servizi di accelerazione, incubazione, capacity bulding e così via.

La pressione esercitata dagli investitori può favorire un cambio di passo in senso circolare da parte delle imprese?

È importante che nella governance delle imprese investite si inseriscano degli stakeholder con precise competenze e intenti di tipo circolare. Ed è importante che la partecipazione ai temi della circolarità diventi espressione corale di comunità incorporando i temi sociali. Oggi la pressione congiunta esercitata sulle imprese da parte degli investitori e dei consumatori è decisiva nella trasformazione dei modelli di business. L’importante è che tutto questo però non sfoci in soluzioni e prodotti elitari che faticano a diffondersi nella comunità.

Come giudica le iniziative regolamentari sugli investimenti nell’economia circolare?

La Tassonomia verde ha dato un grande contributo, e lo stesso avverrà a breve con l’introduzione della Tassonomia sociale. Importante anche il Regolamento 2088, che ha introdotto requisiti stringenti per la definizione dei fondi sostenibili, così come il contributo dell’Impact-Weighted Accounts Project dell’Università di Harvard che integra le misure di impatto nel conto economico, realizzando così un passaggio decisivo. Infine possiamo aspettarci moltissimo dagli standard contabili IFRS che includono una nuova sezione speciale sulla sostenibilità che varrà per i bilanci di tutte le società del mondo.