24 Marzo 2021

Se l’economia circolare raddoppia, -39% di gas serra emessi

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Presentato il rapporto sull’Economia circolare 2021. Italia ancora leader europeo ma il vantaggio diminuisce. Per rafforzare il settore sarà cruciale il Piano nazionale di Rilancio e Resilienza

di Emanuele Isonio

 

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Tagliare di quasi il 40% le emissioni di CO2. Un sogno? Più che altro una possibilità. Renderla realtà concreta o meno dipende da quanto l’Italia e l’Europa riusciranno a rafforzare l’economia circolare. Raddoppiando l’attuale tasso di circolarità delle merci (pari oggi all’8,6%), si potrebbe infatti centrare l’obiettivo. Se quella percentuale salisse al 17%, i consumi di materia si ridurrebbero dalle attuali 100 a 79 gigatonnellate. Le emissioni annue di gas climalteranti scenderebbero così del 39%, cioè di 22,8 Gigatonnellate di CO2 equivalente. L’obiettivo di raggiungere zero emissioni al 2050 previsto dall’Unione europea per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima sarebbe in questo caso decisamente a portata di mano.

Un’analisi delle prime 5 economie della Ue

Il calcolo è contenuto nel Rapporto nazionale 2021 sull’Economia circolare in Italia. Giunto alla sua terza edizione, l’analisi è realizzata dal CEN-Circular Economy Network – la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile insieme a un gruppo di aziende e associazioni di impresa – in collaborazione con ENEA.

“Sempre di più abbiamo dati e scenari da parte della comunità scientifica nazionale e internazionale che evidenziano il contributo della transizione circolare alla neutralità climatica” osserva Roberto Morabito, direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali di ENEA. “Quegli studi sottolineano che senza iniziative in favore della transizione circolare, sarà impossibile raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica”.

Il Rapporto, come ogni anno, fotografa il livello di circolarità dei diversi settori economici delle cinque principali economie dell’Unione europea: Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia (quest’ultima, con la Brexit, ha preso il posto del Regno Unito come quinta economia Ue).

Italia si conferma leader dell’economia circolare

Per questi 5 Paesi sono stati analizzati i risultati raggiunti nelle aree della produzione, del consumo, della gestione circolare dei rifiuti, degli investimenti e dell’occupazione nel riciclo, nella riparazione, nel riutilizzo. Sommando i punteggi di ogni settore, si ottiene un indice di performance sull’economia circolare che nel 2021 conferma la prima posizione dell’Italia con 79 punti, seguita dalla Francia con 68, dalla Germania e Spagna con 65 e dalla Polonia con 54.

Le prestazioni nazionali di circolarità nel settore della produzione si confermano migliori rispetto alle altre quattro principali economie europee. Per la produttività delle risorse, il nostro Paese crea il maggiore valore economico per unità di consumo di materia: ogni chilogrammo di risorsa consumata genera 3,3 € di PIL, contro una media europea di 1,98 €. Buona è anche la produttività energetica: 8,1 € prodotti per kg equivalente di petrolio consumato.

Indice di performance sull’economia circolare 2021: classifica dei cinque principali Paesi europei e confronto con l’indice di performance 2020. FONTE: 3° Rapporto sull'Economia Circolare in Italia - 2021.

Indice di performance sull’economia circolare 2021: classifica dei cinque principali Paesi europei e confronto con l’indice di performance 2020. FONTE: 3° Rapporto sull’Economia Circolare in Italia – 2021.

Anche per quanto riguarda il consumo interno di materiali l’Italia, nel confronto con le principali economie europee, rappresenta la realtà con i consumi minori: 490 Mt, stabile rispetto all’anno precedente. Con noi, c’è la Spagna, per un valore di materia consumata pari a oltre metà di quello registrato per la Germania.

Rifiuti: leader nella differenziata (ma non di utilizzo circolare della materia)

Capitolo rifiuti: la notizia migliore è probabilmente legata al disaccoppiamento tra produzione di rifiuti e andamento del Prodotto interno lordo. Nell’ultimo quinquennio, il Pil è cresciuto del 4,3% mentre la produzione di rifiuti è rimasta sostanzialmente stabile. Nel 2019 il dato indica una produzione di 499 chili per abitante, contro una produzione media europea di 502 kg.

Il riciclo dei rifiuti urbani nel 2019, secondo i dati ISPRA, è del 46,9%, in linea con la media europea: l’Italia si posiziona l’Italia al secondo posto dopo la Germania. La percentuale di riciclo di tutti i rifiuti è invece al 68%, nettamente superiore alla media europea (57%) e al primo posto fra le principali economie europee. Il tasso di utilizzo circolare di materia in l’Italia nel 2019 è al 19,3%, superiore alla media dell’UE27 (11,9%), inferiore a quello di Paesi Bassi (28,5%), Belgio (24%) e Francia (20,1%), ma superiore a quello della Germania (12,2%).

Economia circolare, rifiuti, utilizzo di materia, eurostat

Tasso di utilizzo circolare di materia nei cinque principali Paesi europei, 2015-2019 (%). FONTE: EUROSTAT

 

Elementi di preoccupazione

Ma i risultati positivi che l’Italia ottiene rispetto agli altri grandi paesi Ue non deve distogliere dal fatto che per cogliere le opportunità offerte dall’economia circolare serve comunque un cambio di passo. “Con questo rapporto vorremmo anche lanciare un piccolo allarme” ammonisce Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente e presidente del CEN. “Rispetto al peso che la Ue sta dando all’economia circolare, la stiamo un po’ sottovalutando. Stiamo sottovalutando il potenziale di rilancio della competitività, degli investimenti e dell’occupazione e abbiamo anche un problema di gap di circolarità della nostra economia. Se vogliamo tagliare le emissioni di gas serra, dobbiamo fare di più per questi gap e anche per ridurre di più la pressione sulle risorse naturali. Se vogliamo fare della transizione ecologica un pilastro portante della ripresa europea dobbiamo fare di più. Serve maggiore impegno per colmare quei gap”.

In termini di quota di energia rinnovabile utilizzata rispetto al consumo totale di energia, l’Italia ad esempio perde il suo primato scendendo al secondo posto, dietro alla Spagna, con il 18,2% di energia prodotta da fonti rinnovabili rispetto al consumo finale lordo.

Brevetti al lumicino

L’elemento di maggiore preoccupazione per l’’Italia riguarda poi il numero di brevetti depositati: è infatti ultima fra le grandi economie europee. “L’innovazione – spiegano gli estensori del rapporto – svolge un ruolo chiave nella transizione verso un’economia circolare, creando nuove tecnologie, processi, servizi e modelli di business. Le statistiche sui brevetti permettono una valutazione dell’innovazione e dei progressi tecnologici”. Nel 2016 nell’Unione europea sono stati depositati 269 brevetti: di questi, oltre la metà è tedesco (67 brevetti, pari al 25%). seguono Polonia (45, pari al 17%) e Francia (36, pari al 13%). L’Italia ne conta appena 14 pari al 5% del totale.

Brevetti relativi al riciclo delle MPS nei principali cinque Paesi europei, 2012-2016 (n.). FONTE: EUROSTAT

Brevetti relativi al riciclo delle MPS nei principali cinque Paesi europei, 2012-2016 (n.). FONTE: EUROSTAT

Cingolani: Recovery Fund occasione per diventare leader “circolari” globali

Per il cambio di passo, si guarda ovviamente alle chance offerte dal Recovery Fund che vanno tradotte in azioni concrete attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

“In generale l’auspicio è che, con la sensibilità che abbiamo saputo dimostrare finora come Paese, si continui a investire, ricercare, richiedere soluzioni sempre migliori” commenta il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. “Il Piano nazionale del Recovery Fund deve diventare uno strumento per accelerare e migliorare le nostre capacità in questa direzione. Nel prossimo decennio, l’Italia può diventare così il Paese di riferimento a livello europeo e mondiale di questo fantastico approccio alla circolarità. Questa è decisamente l’unica strada per affrontare il futuro con un po’ di serenità, non solo per il nostro ambiente ma anche per la tenuta sociale ed economica della nostra società”.

Per raggiungere l’obiettivo, sarà cruciale la scelta del tipo di sostegni che rispettino la peculiarità del tessuto produttivo italiano, nel quale più del 97% delle imprese ha meno di 50 dipendenti. “È fondamentale supportare le piccole e medie imprese direttamente” osserva Morabito. “Le specificità del nostro sistema produttivo fanno sì che non funziona puntare esclusivamente sulle grandi imprese per sfruttare il loro effetto traino su tutto il sistema produttivo. Questo può andar bene in altri Stati. In Italia abbiamo necessità di investimenti e strumenti direttamente alle PMI”.

Imprese e addetti distribuiti nelle imprese italiane, suddivise per grandezza. FONTE: ISTAT 2020 - Censimento permanente

Imprese e addetti distribuiti nelle imprese italiane, suddivise per grandezza. FONTE: ISTAT 2020 – Censimento permanente
delle imprese.