25 Luglio 2022

Così l’economia circolare può aiutare a fermare la perdita di biodiversità

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Un fondo d’investimento del Parlamento finlandese ha realizzato uno studio sull’impatto della circular economy per riportare il livello di biodiversità all’anno 2000. Quattro i settori indagati: agrifood, edilizia, moda e foreste

di Valeria Barbi*

 

Negli ultimi anni si è iniziato a parlare con sempre più costanza di crisi climatica e, nonostante l’importanza del dibattito, questo sta oscurando un fenomeno che, se possibile, è ancora più allarmante: la perdita di biodiversità. Anche in questo caso, la scienza parla chiaro: la velocità con cui le specie si stanno estinguendo non è spiegabile come fenomeno naturale su scala geologica, ma è riconducibile a cinque fattori di origine umana, ossia inquinamento, cambiamenti climatici, diffusione di specie aliene invasive, sovrasfruttamento e cambiamento nell’uso del suolo e del mare. Il rischio che stiamo concretamente correndo è quello di ritrovarci a vivere in un mondo costellato da poche specie generaliste. E questo è una minaccia per tutti. Uomo compreso.

A ribadirlo è la stessa Agenda 2030 delle Nazioni Unite di cui ben 14 dei 17 obiettivi di Sviluppo sostenibile del millennio sono in qualche modo collegati all’esistenza di una biodiversità in salute. Tuttavia, nonostante la perdita di biodiversità sia al quinto posto nella classifica dei principali rischi per l’economia mondiale, quasi ironicamente proprio gli obiettivi in qualche modo legati alla natura sono ancora lontani dall’essere raggiunti. Una situazione che mette in crisi l’intero spettro del documento che dovrebbe guidare la costruzione di un nuovo modello di sviluppo, come dimostrato dal fatto che l’80% degli obiettivi legati all’eliminazione della fame e della povertà, alla salute di tutti i popoli, all’accesso all’acqua pulita, alla costruzione di città resilienti e alla tutela di oceano e terra, sono ancora lontani dall’essere raggiunti, con effetti a cascata sugli obiettivi legati alla pace, alla giustizia e alla creazione di una comunità internazionale forte.

Riportare la biodiversità all’anno 2000

Oggi, tuttavia, abbiamo un’alleata in più: l’economia circolare. È quanto sostiene il report pubblicato il 18 maggio e curato da Sitra, un fondo di investimento direttamente collegato al Parlamento Finandese e che si occupa di ricerca trasversale finalizzata alla costruzione di un futuro innovativo e sostenibile.

Secondo il nuovo studio, intitolato “Tackling root causes – Halting biodiversity loss through the circular economy”, ridefinendo il nostro modello di produzione, consumo e gestione delle risorse, l’economia circolare potrebbe infatti permetterci di arrestare la perdita di biodiversità e ripristinarla ai livelli precedenti l’anno 2000 ed entro il 2035.

Il contributo della bioeconomia circolare nel recupero di biodiversità. FONTE: Tackling root causes - Halting biodiversity loss through the circular economy

Il contributo della bioeconomia circolare nel recupero di biodiversità. FONTE: Tackling root causes – Halting biodiversity loss through the circular economy

Quello di Sitra è il primo studio al mondo ad aver messo in relazione i benefici del modello circolare con la biodiversità, sottolineando come disaccoppiare lo sviluppo economico dal consumo di risorse permetta di ottenere benefici ambientali e un ampio ventaglio di opportunità per governi, imprese e consumatori. La ricerca, di tipo quantitativo, si concentra sull’impatto del modello circolare in quattro settori specifici: l’industria agroalimentare, l’edilizia, la moda e le foreste. Tutti settori che, a ben vedere, sono al centro dello stesso Green Deal Europeo che definisce i pilastri di azione comunitari per dare vita ad un’Europa che sia sostenibile, equa, competitiva ed efficiente sia per le persone che per il Pianeta.

Cibo, foreste, moda, edilizia

Nell’analizzare il rapporto tra cibo, agricoltura e biodiversità, lo studio sottolinea che riducendo l’inquinamento e lo spreco nell’intera filiera produttiva, e scegliendo forme di proteine alternative rispetto alla carne, si otterranno benefici diffusi come una riduzione delle emissioni di metano fino al 90% entro il 2050, e una diminuzione del 50% dei rifiuti alimentari pro capite con effetti diretti sulle foreste. Più di un terzo della superficie terrestre, e quasi il 75% delle risorse d’acqua dolce, sono infatti attualmente utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento, settori che hanno contribuito al degrado del suolo riducendone la capacità produttiva del 23%. A questo si aggiunge il fenomeno della deforestazione visto che l’attuale modello agricolo, congiuntamente ad una crescente urbanizzazione, ha contribuito ad una riduzione complessiva di 290 milioni di ettari di copertura forestale nativa a livello globale.

In pratica, la transizione verso un’economia circolare nel settore agroalimentare consentirà di produrre tutto il cibo di cui l’umanità ha bisogno. E lo farà utilizzando una superficie agricola molto più piccola rispetto a quella attuale lasciando così alla natura lo spazio e il tempo per rigenerarsi. Per diminuire e arrestare la deforestazione sarà inoltre necessario lavorare sul ciclo di vita dei prodotti e sul loro riutilizzo, diminuendo così la richiesta di materiali legnosi che, in ogni caso, dovranno provenire da foreste gestite in modo sostenibile.

Integrare l’economia circolare nei processi decisionali

Attraverso il riciclo, il riutilizzo, il prestito e la condivisione di prodotti e materiali, l’economia circolare dovrà infine guidare il settore edilizio e della moda, entrambi direttamente collegati al degrado del suolo, alla conversione degli ecosistemi naturali e all’inquinamento dei corsi d’acqua oltre che all’emissione di gas climalteranti. Obiettivo ultimo, anche in questo caso, sarà potenziare il ciclo di vita economico generando nuovo valore.

La buona notizia, come spesso accade e viene ripetuto negli ultimi tempi, è che conosciamo le soluzioni e disponiamo degli strumenti necessari a metterle in pratica. Inoltre, l’economia circolare gode di un vantaggio: è un concetto ampiamente dibattuto e di cui sono noti i benefici. Serve solo trovare la volontà di integrarla in tutti i processi decisionali e in tutte le strategie a livello globale.

 

L’autrice

Valeria Barbi è politologa, naturalista e viaggiatrice. Si occupa di gestione di progetti incentrati sul cambiamento climatico e la sostenibilità. Docente e coordinatrice di corsi di formazione presso svariati enti tra cui ISPI, 24Ore Business School e Università Bocconi. Svolge attività di consulenza a livello nazionale e internazionale. Analizza e racconta il rapporto tra uomo e natura nell’Antropocene su riviste e portali di informazione, e dà vita a progetti di comunicazione e coinvolgimento dei cittadini finalizzati a dimostrare che “noi siamo natura”. 

L’articolo originale è stato pubblicato su Renewable Matter.