21 Maggio 2025

Quella perdita nascosta di biodiversità che minaccia il Pianeta

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Uno studio internazionale introduce il concetto di biodiversità nascosta, utile a comprendere la completezza di un ecosistema rispetto al suo potenziale naturale. Maggiore è la pressione umana, minore la capacità del sistema stesso di proliferare

di Matteo Cavallito

L’attività umana impatta sul Pianeta generando un fenomeno preoccupante quanto difficile da cogliere: la perdita di biodiversità vegetale. Un problema diffuso che interessa anche quelle aree naturali apparentemente non soggette direttamente alla pressione antropica. Lo sostiene un gruppo di ricercatori provenienti da diverse istituzioni accademiche che, in uno studio pubblicato su Nature, ha introdotto un concetto nuovo definito come dark diversity. Ovvero l’insieme delle specie che potrebbero vivere in un determinato luogo ma che risultano assenti pur essendo presenti nei dintorni e, soprattutto, compatibili con l’ambiente locale.

Comprendere la completezza di un sistema

“Il problema è che non ci accorgiamo del numero di specie perse nel corso del tempo a causa dell’impatto umano, perché quello che vediamo è solo ciò che riusciamo a percepire”, ha spiegato in una nota Viktoria Wagner, docente della University of Alberta e co-autrice della ricerca, che sottolinea come questo approccio consenta di tracciare un quadro più completo del problema evidenziando non tanto la presenza delle specie di un certo luogo quanto la loro assenza.

“C’è una perdita silenziosa di biodiversità che potrebbe passare inosservata con gli strumenti tradizionali”, spiega Wagner. La diversità nascosta “ci aiuta a capire quali specie avrebbero potuto essere presenti ma attualmente non lo sono”.

La dark diversity, sottolinea lo studio, rivela insomma quanto un ecosistema sia “completo” rispetto al suo potenziale naturale. Usando questo nuovo approccio, quindi, i ricercatori hanno potuto sviluppare un nuovo indice chiamato “completezza della comunità” che misura la percentuale di specie potenzialmente presenti che sono state effettivamente rilevate in un determinato sito. Un indice di completezza del 25%, per capirci, è proprio di un ecosistema che ospita solo un quarto delle specie che, in circostanze normali, sarebbero in grado di abitarvi.

La biodiversità è correlata negativamente con la pressione umana circostante

Realizzato da DarkDivNet, una rete globale costituitasi per esplorare la biodiversità nascosta delle comunità vegetali, lo studio ha coinvolto a oggi 5.415 siti collocati in 119 regioni di tutti i continenti, “Per stimare la completezza della comunità, abbiamo confrontato il numero di specie registrate con la biodiversità nascosta”, spiegano gli autori. Che aggiungono:

“Nelle regioni campionate con un indice di impronta umana minimo, era presente in media il 35% delle specie vegetali idonee a livello locale mentre nelle regioni altamente colpite (dalla pressione antropica, ndr) se ne registrava meno del 20%”.

La biodiversità, spiegano insomma gli autori, “è correlata negativamente a livello globale con il grado di attività umana nella regione circostante”. Ma non è tutto. Lo studio, infatti, evidenzia anche come molte specie potenzialmente presenti siano ormai scomparse o, comunque, non riescano più a insediarsi in ambienti ancora intatti o semi-naturali. “Oltre a causare perdite di specie nei luoghi direttamente colpiti“, si legge infatti nella ricerca, ”L’ impatto umano potrebbe anche ridurre la biodiversità in una vegetazione relativamente non modificata se gli effetti antropici di vasta portata innescassero estinzioni locali e ostacolassero la ricolonizzazione”.

Opportunità di ripristino

Il 22 maggio il mondo celebra la Giornata della Biodiversità, occasione di riflessione sul fenomeno della sua progressiva perdita che, assicurano gli esperti, costituisce una crisi non meno grave rispetto a quella climatica. Lo studio, in questo senso, fornisce un contributo importante agli sforzi di contrasto al problema introducendo un concetto nuovo che permette di progettare sia interventi mirati di ripristino sia strategie di conservazione su scala più ampia.

Il concetto di biodiversità nascosta “permette di rivelare alcune minacce sottovalutate e fornisce anche indicazioni per la conservazione della natura”, conclude la ricerca. “Le specie che compongono la biodiversità nascosta rimangono presenti a livello regionale e le loro popolazioni locali potrebbero essere ripristinate attraverso misure capaci di migliorare la connettività tra i frammenti di vegetazione naturale e di ridurre le minacce alla persistenza delle popolazioni”.