22 Dicembre 2025

Con l’elettrolisi possiamo neutralizzare (e valorizzare) i contaminanti del suolo

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Il Politecnico Federale di Zurigo ha elaborato un metodo elettrochimico per scomporre i contaminanti recuperando sale innocuo e altri prodotti utili per l’industria chimica. Liberando così i terreni dalla presenza di veleni stabili

di Matteo Cavallito

Una soluzione tecnica basata sull’elettrolisi permetterebbe di contrastare l’inquinamento trasformando i contaminanti in prodotti utili e non dannosi. A proporla i ricercatori dell’ETH, il Politecnico federale di Zurigo, che si sono concentrati sulla gestione degli inquinanti organici persistenti, quelle sostanze contenute in prodotti oggi non più in uso – come alcuni insetticidi un tempo molto diffusi – che possono accumularsi nel suolo, nell’acqua e nel tessuto adiposo degli animali entrando così nella catena alimentare umana.

Dai contaminanti si recuperano materie prime

Da tempo diversi scienziati hanno elaborato tecniche per bonificare i siti contaminati intercettando e rendendo innocue queste sostanze che sono altamente stabili. La soluzione proposta dai ricercatori svizzeri, tuttavia, va oltre: invece di limitarsi ad abbattere gli inquinanti, infatti, il metodo elaborato dall’ETH punta a convertire questi ultimi in materie prime preziose per l’industria chimica.

Il sistema, precisa infatti una nota dell’ateneo elvetico, consente di riciclare e rendere riutilizzabile lo scheletro di carbonio di queste sostanze sequestrando, al tempo stesso, la loro componente rappresentata dall’alogenuro sotto forma di sale inorganico innocuo. Secondo i ricercatori, insomma, questo metodo si distingue da tutti gli altri precedentemente utilizzati che, al contrario, sarebbero in definitiva energeticamente inefficienti, costosi e dannosi per l’ambiente.

L’elettrolisi è la soluzione

“Il passo avanti fondamentale compiuto da questa nuova tecnologia è dato dall’uso della corrente alternata per sequestrare gli atomi alogeni problematici sotto forma di sali innocui come il cloruro di sodio, ovvero il sale da cucina, generando al contempo idrocarburi preziosi”, ha spiegato Bill Morandi, professore di Chimica organica sintetica dell’ETH. Decisivo, dunque, è l’uso dell’elettrolisi che, oltre a separare i sali, permette di estrarre sostanze utili come il benzene, il difeniletano o il ciclododecatriene.

Si tratta, precisa la nota, di sottoprodotti intermedi molto ricercati nell’industria chimica, ad esempio per la produzione di plastica, vernici, rivestimenti e applicazioni farmaceutiche.

Il reattore utilizzato nel processo, precisano ancora gli scienziati, è costituito da una cella elettrolitica indivisa in cui viene utilizzato come solvente il dimetilsolfossido (DMSO). Che è, a sua volta, un sottoprodotto del processo di lavorazione della pasta di cellulosa nella produzione della carta. Il processo, già testato con successo su contaminanti del passato come il lindano e il DDT, spiegano i ricercatori, può essere applicato sia alle sostanze pure sia alle miscele provenienti da terreni inquinati che non necessitano, dunque, di ulteriori processi di separazione.

Una soluzione contro la contaminazione

Il metodo, insomma, appare promettente per la risoluzione dei problemi di contaminazione tuttora irrisolti. L’attenzione, in questo senso, correrebbe infatti non solo agli inquinanti non più in commercio ma anche, inevitabilmente, ad altre sostanze che, pur non citate esplicitamente dai ricercatori dell’ETH, restano al centro dell’interesse nelle operazioni di bonifica.

Tra esse, in particolare, spiccano i composti a base di fluoro contenuti nei pesticidi come gli PFASs – le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche – definite, non a caso, come forever chemicals, un’espressione che ne evidenzia la proverbiale e pericolosa stabilità.

Secondo alcuni studi, in particolare, l’emivita di alcuni fluorurati – ovvero il tempo necessario per il dimezzamento della loro presenza nell’ambiente dopo l’irrorazione – può raggiungere i 2 anni e mezzo. Un tempo inferiore a quello richiesto da alcuni vecchi pesticidi come il DDT ma pur sempre 15 volte superiore al limite di 60 giorni fissato dall’EPA, l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, per definire “persistente” una sostanza inquinante.