9 Ottobre 2026

Agrivoltaico, la tutela del suolo deve iniziare dal cantiere

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Una ricerca tedesca rileva una forte compattazione del suolo anche nelle aree coltivabili tra i pannelli. La prevenzione durante i lavori è essenziale, soprattutto nei terreni sabbiosi che recuperano con difficoltà

di Matteo Cavallito

Produrre energia solare e coltivare lo stesso suolo che ospita gli impianti. È la promessa dell’agrivoltaico, un sistema integrato fondato su una convivenza non semplice ma al tempo stesso possibile, a patto di adottare misure preventive per il terreno fin dalla progettazione. Lo evidenzia uno studio del Centro Leibniz per la ricerca sul paesaggio agrario (ZALF), in Germania, pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

Per evitare la compattazione e ridurre i rischi per la produttività agricola, “suggeriamo che la supervisione dei cantieri da parte di esperti del suolo diventi una prassi ordinaria nei progetti agrivoltaici, garantendo che le misure di protezione siano integrate nella pianificazione, nella costruzione e nel ripristino”, scrivono gli autori.

Il problema della compattazione

Gli impianti agrivoltaici possono contribuire alla transizione energetica limitando la competizione tra produzione alimentare ed elettrica per l’uso dei terreni. Ma la loro realizzazione comporta il passaggio di mezzi pesanti, capaci di comprimere il suolo e ridurne la porosità. Molte ricerche si sono concentrate sugli effetti dei pannelli sulle condizioni di coltivazione. Minore, fino a oggi, è stata invece l’attenzione dei ricercatori per i danni prodotti dai cantieri.

Tra questi c’è proprio la compattazione che può ostacolare le radici e l’infiltrazione dell’acqua, con possibili conseguenze sulle rese e un recupero naturale particolarmente difficile soprattutto per i terreni sabbiosi.

“A differenza dei suoli a tessitura più fine, quelli sabbiosi non hanno capacità di contrazione e rigonfiamento e presentano una minore attività biologica: entrambi questi fattori ne limitano la capacità naturale di recuperare dalle alterazioni meccaniche”, osservano gli autori. Il rischio cresce quando il transito dei macchinari avviene in condizioni di umidità sfavorevoli. Proteggere la struttura del terreno diventa quindi parte integrante della sostenibilità dell’impianto.

Suolo sotto esame

La ricerca ha esaminato un impianto costruito nell’autunno 2024 a Müncheberg, nel Brandeburgo, su un terreno prevalentemente sabbioso. Durante i lavori, accompagnati da 83 millimetri di pioggia, sono stati impiegati anche un sollevatore telescopico di quasi 18 tonnellate e un escavatore di oltre 23. La compattazione interessava anche le aree coltivabili tra i pannelli. “Nel nostro studio, la compattazione del suolo si è verificata attorno alle basi dei pali (per gli effetti diretti dei lavori) ma anche nella più ampia superficie agricola tra i sostegni”, spiega lo studio.

Le misurazioni successive, confrontate con un’area vicina non interessata dal cantiere, hanno evidenziato densità medie di 1,67–1,69 grammi per centimetro cubo a 70–75 centimetri di profondità, con punte di 1,86–1,99. L’assenza di misurazioni precedenti ai lavori non permette però di attribuire tutta la compattazione profonda al cantiere.

A 20–25 centimetri, la resistenza alla penetrazione raggiungeva 3,7–4,1 megapascal, circa il doppio del valore (2 megapascal) tipicamente considerato come indicatore di un forte ostacolo alla crescita delle radici. “Questi valori sono ben superiori alle soglie note per questi tipi di suolo, oltre le quali la crescita delle radici viene limitata”, ha spiegato in una nota Kathrin Grahmann, ricercatrice e principale autrice dello studio. “Nel caso dei terreni sabbiosi, come quelli esaminati nella nostra ricerca, questo è particolarmente problematico perché faticano a recuperare da soli”.

Le strategie di prevenzione devono diventare la norma

Nel sito esaminato, precisa lo studio, i costruttori non avevano adottato precauzioni particolari per la tutela del terreno. Solo dopo la realizzazione dell’impianto, inoltre, essi avevano avviato lavorazioni del suolo e la coltivazione pluriennale di erba medica per favorire il recupero del terreno compattato. Pur non avendo misurato direttamente perdite di resa, l’indagine ha fatto quindi emergere i rischi associati a questo tipo di interventi in assenza di misure adeguate.

Il caso studiato ha inoltre portato i ricercatori a raccomandare misure preventive per ridurre il rischio di danni al terreno. A cominciare dall’organizzare il cantiere con la supervisione di esperti del suolo. Le altre pratiche includono “un’attenta pianificazione dei tempi di costruzione, limitazioni dei carichi in condizioni di umidità e l’impiego di tecniche di mitigazione come corsie di transito prestabilite e piste temporanee”, concludono gli autori.