Nelle foreste svizzere l’alta quota protegge sempre meno dalla siccità
Uno studio evidenzia la perdita del vantaggio dell’altitudine nella resilienza delle foreste. A rischio, nel lungo periodo, la funzione protettiva dei boschi
di Matteo Cavallito
L’alta quota sta perdendo la sua capacità di proteggere le foreste dagli effetti della siccità. L’allarme viene dalla Svizzera, dove anche i boschi che crescono oltre i duemila metri mostrano segnali di deperimento, mentre si attenua la loro capacità di resistere e recuperare dopo gli eventi estremi. Lo evidenzia uno studio dell’Università di scienze applicate di Berna e dell’Istituto federale di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio (WSL), pubblicato sulla rivista Frontiers in Forests and Global Change.
Analizzando quattro decenni di dati sui boschi di protezione, gli autori rilevano una progressiva perdita dell’influenza dell’altitudine sulla resilienza alla siccità. “Il vantaggio storico delle quote più elevate rispetto allo stress da siccità si sta riducendo, suggerendo una convergenza dei livelli di acclimatazione: le soglie di stress vengono superate sempre più spesso in tutte le fasce, indipendentemente dall’altitudine”, spiega la ricerca. “Questa convergenza, tuttavia, non si traduce ancora in risposte strutturali uniformi”.
Una difesa naturale sotto pressione
In Svizzera i boschi di protezione occupano circa 540mila ettari, pari al 44% della superficie forestale nazionale. Essi, ricordano gli autori, contribuiscono a ridurre i rischi associati a valanghe, cadute di massi, frane, alluvioni e trasporto di sedimenti. “L’effetto protettivo dipende dalle caratteristiche strutturali della foresta, come l’area basimetrica del popolamento, la densità degli alberi e/o la copertura delle chiome. La sua stabilità dipende non soltanto dalla struttura attuale del bosco, ma anche dalla capacità degli alberi di far fronte alle condizioni ambientali”.
Il problema, però, è che il riscaldamento e i fenomeni di siccità sempre più frequenti rendono questa difesa più fragile.
Il cambiamento, dunque, potrebbe compromettere nel lungo periodo la funzione di queste foreste, fondamentali per proteggere persone e infrastrutture dai pericoli naturali. “Anche a 2.200 metri di altitudine, il numero di alberi per popolamento si riduce a causa del deperimento o della morte soprattutto degli esemplari grandi e dominanti”, ha spiegato Estelle Noyer, prima autrice della ricerca. “Questo provoca un progressivo deterioramento di queste preziose foreste che proteggono dai pericoli naturali”.
Quarant’anni di dati sulle foreste
I ricercatori hanno utilizzato i dati dell’Inventario forestale nazionale raccolti tra il 1983 e il 2022, esaminando, a seconda del periodo, da 891 a 1.543 aree campione tra circa 282 e 2.219 metri. Hanno selezionato boschi di protezione senza tracce di incendi e senza interventi nei dieci anni precedenti il rilevamento. Alle misure degli alberi hanno affiancato un indice di stress idrico basato su temperatura e precipitazioni e osservazioni satellitari dell’umidità della chioma. I popolamenti sono stati distinti in crescita o in deperimento secondo la variazione dell’area basimetrica, cioè la somma delle sezioni dei tronchi misurate a petto d’uomo (1,3 – 1,5 metri dal suolo).
Questa misura “integra processi distinti: crescita degli alberi, mortalità e ingresso di nuovi esemplari nel popolamento, e costituisce un indicatore essenziale per valutare l’effetto protettivo delle foreste”.
Nella fascia collinare la quota di popolamenti in deperimento è passata dall’11,1% del primo intervallo al 30,4% dell’ultimo. Nella fascia subalpina superiore, dopo una diminuzione fino al 10,3%, è risalita al 18,8% nel periodo più recente. Le dinamiche variano dunque secondo la quota. Nel complesso, il rallentamento della crescita dei popolamenti risulta legato soprattutto alle variazioni nette del numero di alberi, mentre la crescita media dei singoli esemplari sopravvissuti può mantenersi stabile.
Il recupero diventa decisivo
Nei boschi in deperimento cambia anche il segnale della vulnerabilità: nei periodi precedenti emergeva soprattutto una minore resistenza durante la siccità; nell’ultimo intervallo diventa più evidente una ridotta capacità di recupero successivo. Gli autori ipotizzano che gli esemplari più vulnerabili siano stati progressivamente eliminati, lasciando alberi capaci di affrontare lo stress iniziale ma affaticati dal ripetersi degli eventi.
Nella fascia più elevata, osserva ancora lo studio, i popolamenti in deperimento mostrano recentemente un maggiore contributo degli alberi piccoli alla crescita. Non è chiaro, però, se si tratti di un adattamento duraturo.
Per contrastare l’indebolimento della protezione, in ogni caso, lo studio raccomanda azioni calibrate. “Sarà fondamentale accelerare la transizione verso gruppi di alberi tolleranti alla siccità attraverso interventi mirati di gestione del bosco”, osservano gli autori. “In particolare alle quote basse e intermedie, dove le tendenze al deperimento sono più marcate e l’effetto protettivo è più immediatamente a rischio”.

Uno studio sulle foreste d’alta quHans Hillewaert CC BY-SA 4.0
Re Soil Foundation
Blonder1984 CC BY-SA 3.0 Attribution-ShareAlike 3.0 Unported
Gareth James CC BY-SA 2.0 Attribution-ShareAlike 2.0 Generic 


