Bioeconomia, il motore verde da 433 miliardi che protegge la terra
I dati del XII Rapporto Intesa Sanpaolo-SPRING fotografano l’Italia sul podio europeo della bioeconomia. Ma la vera sfida non è solo produrre di più: è restituire sostanza organica a un suolo sempre più arido e stanco
di Emanuele Isonio
C’è un tesoro silenzioso che vale quasi il 10% di tutto ciò che l’Italia produce in un anno, dà lavoro a circa due milioni di persone e si nasconde nei campi di grano, negli scarti delle nostre cucine, nelle foreste alpine e persino nei laboratori di chimica pulita. Si chiama bioeconomia e, secondo il 12° Rapporto sulla Bioeconomia in Europa firmato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING, nel 2025 ha toccato nel nostro Paese la cifra record di 433,3 miliardi di euro di valore della produzione.
In Europa – dove l’intero comparto sfiora i 3.174 miliardi e impiega 17 milioni di lavoratori – l’Italia si conferma una superpotenza, seconda soltanto a Germania e Francia. Eppure, dietro questa valanga di miliardi e primati industriali, si cela una realtà molto più concreta: tutto questo gigante economico poggia le sue fondamenta su pochi centimetri di terra fertile.

FONTE: 12° Rapporto la Bioeconomia in Europa.
“L’analisi contenuta nel Rapporto conferma ancora una volta la rilevanza economica e occupazionale della bioeconomia, sia a livello europeo che nel nostro Paese, dove il metasettore continua a crescere, trainato soprattutto dalla filiera agroalimentare, generando valore e nuova occupazione sull’intero territorio nazionale” spiega Fabio Fava, coordinatore del Gruppo di Coordinamento Nazionale Bioeconomia (GCNB) del Comitato Nazionale Biosicurezza, Biotecnologie e Scienza della Vita (CNBBSV). “Si conferma così la resilienza di un comparto che contribuisce concretamente alla decarbonizzazione, alla rigerenazione dei suoli e degli ecosistemi terrestri e marini e, nel caso italiano, alla valorizzazione di tante aree rurali, forestali e costiere”.

FONTE: 12° Rapporto la Bioeconomia in Europa.
Il paradosso della terra stanca
Per capire cosa c’entri un bilancio aziendale con la salute del suolo, basta guardare cosa succede oggi nelle nostre campagne. Decenni di agricoltura intensiva, uniti a estati sempre più torride ed eventi meteo estremi, stanno letteralmente “svuotando” i terreni della loro componente più preziosa: la sostanza organica. Nell’Europa meridionale, oltre il 70% dei suoli agricoli soffre di un grave deficit di carbonio, avvicinandosi pericolosamente al rischio di desertificazione.
Un terreno privo di sostanza organica perde la sua struttura elastica: quando piove non riesce ad assorbire l’acqua, scatenando allagamenti ed erosione, e durante le fasi di siccità non ne trattiene un goccio, mandando le colture in sofferenza. È qui che la bioeconomia smette di essere una somma di statistiche industriali e diventa lo strumento primario per la protezione fisica del territorio.

FONTE: 12° Rapporto la Bioeconomia in Europa.
Chiudere il cerchio: il valore del riciclo organico
La cura per un terreno impoverito passa per la restituzione della materia organica sottratta con i raccolti. L’Italia vanta una leadership consolidata nel recupero della FORSU (la frazione organica dei rifiuti solidi urbani) e dei sottoprodotti agricoli. Attraverso gli impianti di digestione anaerobica e compostaggio, gli scarti alimentari e zootecnici vengono trasformati secondo un doppio binario economico ed ecologico:
- Produzione di biometano: energia rinnovabile che riduce la dipendenza dalle fonti fossili importate;
- Restituzione di fertilizzanti naturali: compost e digestato di qualità riapportano humus al suolo;
- Aumento della ritenzione idrica: un terreno ricco di sostanza organica trattiene fino al 20% di acqua in più;
- Sequestro di carbonio: fissare la materia organica nella terra sottrae stabilmente CO2 dall’atmosfera.
Foreste e bioprodotti: la regola dell’uso a cascata
Il rapporto Intesa Sanpaolo-SPRING analizza nel dettaglio anche la filiera del legno e delle risorse forestali, comparto strategico che in Italia copre oltre un terzo del territorio nazionale. Una gestione forestale sostenibile e attiva garantisce la fornitura di materia prima per il legno-arredo e per le bioplastiche compostabili, svolgendo contemporaneamente un’azione fondamentale di consolidamento dei versanti montani e prevenzione del dissesto idrogeologico.
“L’Italia evidenzia una crescita significativa della superficie forestale, che si è accompagnata, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi, ad uno sviluppo delle attività di sfruttamento” spiega Stefania Trenti, responsabile Industry and Local Economies Research di Intesa Sanpaolo. “La silvicoltura e le attività più a monte di prima lavorazione del legno rivestono tuttavia ancora un ruolo limitato, a fronte dell’elevata capacità competitiva nelle fasi a valle, in particolare nella produzione di mobili, dove il Paese si colloca ai vertici europei per fatturato e tra i principali player mondiali nei prodotti di qualità elevata”.

FONTE: 12° Rapporto la Bioeconomia in Europa.
Il principio guida richiamato dall’analisi è il cascade use (uso a cascata): la risorsa vegetale deve essere impiegata prioritariamente per prodotti a lungo ciclo di vita (come le costruzioni e i mobili), poi riciclata e solo in ultima istanza destinata alla valorizzazione energetica. In questo modo si garantisce il massimo valore aggiunto senza sollecitare ulteriormente la pressione sull’uso dei suoli agricoli destinati all’alimentazione.
La spinta delle norme europee
L’uscita del XII Rapporto coincide con una fase di forte evoluzione normativa a livello europeo, segnata dai lavori sulla Soil Monitoring Law, la direttiva che punta a portare tutti i terreni dell’Unione in uno stato di salute soddisfacente entro il 2050.
“Grazie alla nuova Strategia europea per la Bioeconomia 2025, abbiamo un’opportunità concreta per mettere a terra misure che premino rapidamente i modelli virtuosi e sostengano la domanda di prodotti bio-based, a partire anche da nuovi codici statistici per le bioraffinerie e dal supporto a progetti territoriali” commenta Catia Bastioli, presidente Cluster SPRING. “La vera sfida è costruire una visione condivisa del futuro europeo, rafforzando dialogo e cooperazione tra Paesi, regioni, filiere e ricerca: solo così la bioeconomia potrà affermarsi come un asset strategico, capace di generare valore ambientale, sociale ed economico e contribuire a un’Europa più resiliente e prospera”.

FONTE: 12° Rapporto la Bioeconomia in Europa.
Per le oltre 700 start-up innovative individuate nel settore e per i grandi gruppi della chimica verde e dell’agroalimentare, misurare l’impatto delle proprie filiere sulla matrice pedologica (Soil Health Impact) sta diventando un fattore chiave nei bilanci di sostenibilità ESG. Dalle pacciamature biodegradabili ai biostimolanti per le radici, l’innovazione tecnologica della bioeconomia si sta spostando sempre più verso soluzioni capaci di coniugare la resa produttiva con la tutela della terra.


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