22 Giugno 2026

Nei pascoli alberati la biodiversità cresce del 44%

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Nei Paesi in via di sviluppo l’allevamento è un mezzo di sussistenza per un miliardo di agricoltori ma la crescente esigenza di spazio per i pascoli favorisce la deforestazione. Uno studio tedesco suggerisce come conciliare sviluppo economico e biodiversità

di Matteo Cavallito

La reintroduzione degli alberi nei pascoli permette di mitigare gli effetti della deforestazione tropicale offrendo un rimedio non definitivo ma comunque efficace al problema. Attraverso questa pratica, infatti, è possibile ottenere un significativo aumento della biodiversità nel confronto con il pascolo tradizionale. Lo sostiene uno studio pubblicato sulla rivista Ecological Applications.

L’indagine, a cura della Justus Liebig University di Giessen, in Germania, offre la prima sintesi quantitativa globale dei sistemi silvopastorali, espressione, cioè, di quella specifica strategia agroforestale basata sulla piantumazione degli alberi nei pascoli, spiegano gli autori. La ricerca, in particolare, ha preso in esame diversi studi provenienti da molte aree del mondo, consentendo di valutare l’impatto di un fenomeno ancora poco chiaro.

Il pascolo è una delle prime cause di perdita di biodiversità

“Il pascolo del bestiame rappresenta il 26% della superficie terrestre e costituisce uno dei principali fattori di perdita di biodiversità, in particolare nelle regioni tropicali”, si legge nello studio. Nel solo bacino dell’Amazzonia, ad esempio, più di tre quarti dell’area deforestata è stata convertita a pascolo con effetti negativi per gli ecosistemi locali e un impatto globale sulla conservazione della biodiversità e sul sequestro del carbonio. Un fenomeno che appare destinato a intensificarsi in futuro.

“Con l’aumento dei redditi nei Paesi in via di sviluppo, la domanda di prodotti di origine animale continuerà a crescere e potrebbe ulteriormente spingere l’espansione dei pascoli bovini a scapito delle foreste native e di altri ecosistemi ricchi di biodiversità”, prosegue lo studio. Tuttavia i Paesi in via di sviluppo ospitano tuttora circa 1 miliardo di piccoli agricoltori che proprio dall’allevamento traggono il reddito e le risorse necessarie per la propria sussistenza. Per questa ragione, insomma, “è necessario bilanciare produzione e conservazione della biodiversità nei paesaggi frammentati dalle foreste”.

Non tutte le specie beneficiano allo stesso modo degli alberi

Basata sull’analisi di 45 studi che includono complessivamente 143 comparazioni sulla biodiversità registrata nei pascoli con alberi e in quelli senza, 105 tra questi ultimi e le foreste naturali e 59 tra gli stessi e le aree forestali in generale, la ricerca ha evidenziato alcuni dati particolarmente significativi. “I sistemi silvopastorali hanno sostenuto una diversità complessiva superiore del 44% rispetto ai pascoli privi di alberi e anche una abbondanza complessiva superiore del 99%”, spiega infatti lo studio. E non è tutto.

La ricerca, infatti, ha anche mostrato che non tutte le specie traggono lo stesso vantaggio dalla presenza degli alberi nei pascoli.

Gli aumenti maggiori, in particolare, sono stati osservati nelle piante (+89%) e nei piccoli invertebrati del suolo (+81%) mentre per gli insetti, i ricercatori hanno registrato un aumento del 68%. Al contrario, uccelli, mammiferi e microrganismi del suolo non hanno mostrato differenze significative. Dal punto di vista geografico, infine, i benefici sono risultati più marcati nelle regioni tropicali e subtropicali che, nel confronto tra pascoli con e senza alberi, presentano rispettivamente una biodiversità superiore del 40 e del 42%.

La piantumazione non sostituisce la conservazione delle foreste

I sistemi agroforestali, insomma, hanno dimostrato di poter dare un contributo importante nella conservazione della biodiversità. La loro efficacia in tal senso, però, resta inferiore a quella delle foreste native. Se è vero infatti che i pascoli con alberi presentano una varietà di specie superiore del 44% circa nel confronto con quelli che ne sono privi, il divario tra questi ultimi e le foreste naturali è ancora più marcato: +62%.

Detto in altri termini, per quanto valida ed efficace, la piantumazione dei pascoli non può sostituire la conservazione delle foreste naturali come strategia prioritaria per la protezione della diversità vegetale e animale.

“Le foreste native restano rifugi insostituibili per specie rare, specialisti forestali e animali che necessitano di habitat ampi e indisturbati, qualcosa che le attività agricole gestite non possono fornire completamente”, spiega Emily Poppenborg Martin, docente di ecologia animale della Justus Liebig e co-autrice dello studio. “Invece che essere viste come un’alternativa alla conservazione forestale, i sistemi silvopastorali dovrebbero essere considerati un complemento efficace a essa”. Una distinzione fondamentale di cui devono tenere conto soprattutto i decisori politici chiamati a raggiungere ambiziosi obiettivi di ripristino, concludono i ricercatori.