L’azoto fa raddoppiare la velocità di ricrescita delle foreste tropicali
Quando dispongono di una quantità sufficiente di azoto, spiega una ricerca guidata dall’Università di Leeds, le foreste tropicali possono recuperare dal disboscamento due volte più velocemente di quanto farebbero in circostanze normali
di Matteo Cavallito
Un adeguato apporto di azoto nel suolo permetterebbe alle aree boschive tropicali di accelerare il processo di rigenerazione. Una scoperta che fornisce indicazioni importanti per la pianificazione delle strategie di recupero delle aree deforestate attraverso soluzioni climatiche favorevoli. Lo sostengono alcuni scienziati coinvolti in quello che l’Università di Leeds, che ha guidato l’indagine, ha definito in una nota come “l’esperimento più ampio e di più lunga durata a livello mondiale volto a verificare l’impatto dei nutrienti sulla ricrescita delle foreste in aree disboscate per attività quali il taglio del legname e l’agricoltura”.
Lo studio, che ha coinvolto anche lo Smithsonian Tropical Research Institute, a Panama, il Cary Institute of Ecosystem Studies di Millbrook (NY), negli Stati Uniti, e le università di Glasgow, Yale e Princeton oltre alla Cornell e all’Università Nazionale di Singapore, è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications.
Con sufficiente azoto raddoppia la velocità di ricrescita
Per condurre l’esperimento i ricercatori hanno individuato 76 appezzamenti forestali in America Centrale con una dimensione ridotta pari a circa un terzo di un campo da calcio e un’età variabile. Per ciascuno di essi hanno analizzato crescita e morte degli alberi per un periodo massimo di vent’anni. In seguito hanno sottoposto i terreni a quattro diverse condizioni: trattamento con fertilizzanti a base di azoto; applicazione di fertilizzanti a base di fosforo; applicazione di prodotti che contenevano entrambi gli elementi; nessuna applicazione. Gli autori hanno scoperto che i livelli di nutrienti nel suolo influenzavano fortemente la ricrescita della foresta tropicale. Ma non solo
Nei primi 10 anni, infatti, gli albero che avevano accesso a una quantità sufficiente di azoto si riprendevano due volte più velocemente rispetto a quelli non ricevevano abbastanza.
“La carenza dei nutrienti nell’accumulo di biomassa fuori terra passa da una forte riduzione dell’azoto nelle foreste giovani all’assenza di limitazione dello stesso elemento o del fosforo nelle foreste secondarie o mature più vecchie”, spiega lo studio. “L’aggiunta di azoto fa crescere l’accumulo di biomassa fuori terra del 95% nei pascoli di recente abbandono e del 48% nelle foreste di 10 anni. Al contrario, non si nota alcun effetto dell’elemento sulle foreste più vecchie e non si riscontra alcuna limitazione della presenza del fosforo in nessuna fase”.
Gestire i nutrienti
L’azoto è un elemento essenziale per il nutrimento del suolo. Un suo accumulo, tuttavia, può provocare danni ambientali rilevanti a partire dall’eutrofizzazione del terreno – ovvero l’eccessivo arricchimento di nutrienti – e, attraverso la lisciviazione, l’inquinamento delle acque. L’uso dei fertilizzanti azotati risponde alle esigenze dell’esperimento ma questa pratica, precisano gli autori, non è sistematicamente replicabile.
“Sebbene la fertilizzazione diretta delle foreste possa soddisfare più rapidamente il fabbisogno di nutrienti“, si legge infatti nello studio, ”la sua fattibilità è discutibile, dati i costi e i rischi legati alla crescita del consumo energetico e delle emissioni di un potente gas serra come il protossido di azoto associati, due fenomeni associati all’uso dei fertilizzanti”. Per contro, suggeriscono i ricercatori i gestori forestali dovrebbero affidarsi a tecniche alternative come ad esempio piantare leguminose, che fertilizzano naturalmente la foresta.
La carenza di azoto sottrae alle foreste 700 milioni di tonnellate di carbonio
Lo studio ha importanti implicazioni sul fronte climatico. Le foreste tropicali, infatti, sono serbatoi di carbonio fondamentali a livello globale grazie alla capacità di sequestro delle loro piante. La carenza del nutriente nel suolo, di conseguenza, non impatta solo sulla crescita di queste ultime ma anche sull’assorbimento complessivo dell’elemento. grado di mitigare i cambiamenti climatici rimuovendo il carbonio dall’atmosfera e immagazzinandolo negli alberi, un processo noto come sequestro del carbonio.
“Stimiamo che una disponibilità limitata dell’azoto possa impedire il sequestro annuale di una quantità media di CO2 pari a 690 milioni di tonnellate all’anno tra il 2020 e il 2050 (con un intervallo compreso tra 470 e 840 milioni)” spiega lo studio.
Una quantità pari all’incirca a due anni di emissioni di gas serra prodotte nel Regno Unito. Gli autori suggeriscono così l’adozione di tre pratiche per favorire il sequestro di carbonio. In primo luogo si possono includere specie arboree autoctone che fissano l’azoto; inoltre, nella riforestazione si potrebbero privilegiare aree con un maggiore deposito dello stesso elemento. Infine, il rimboschimento potrebbe concentrarsi sui terreni più ricchi di nutrienti.

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Jhenkhar Mallikarjun
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