16 Febbraio 2022

Gli accordi sulla soia non frenano la distruzione dell’Amazzonia

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Disboscamento record in Amazzonia. La denuncia di Greenpeace: le colture di soia causano indirettamente nuova deforestazione spingendo gli allevatori a cedere la terra agli agricoltori e a cercare nuovi spazi nei meandri della regione

di Matteo Cavallito

 

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Gli accordi internazionali per la protezione dell’Amazzonia non fermano la corsa alla deforestazione dei coltivatori di soia. Al punto che negli ultimi 10 anni il settore si è rivelato responsabile dell’abbattimento di 1.180 chilometri quadrati di foresta. Lo segnala un’inchiesta diffusa in questi giorni dalla ONG brasiliana Instituto Centro de Vida, dal centro di indagine giornalistica Unearthed di Greenpeace e dal Bureau of Investigative Journalism.

La distruzione, spiegano gli autori, ha avuto luogo nello Stato del Mato Grosso dove, tra il 2009 e il 2019, le aziende della soia hanno aperto nuovi spazi per altre colture o per fornire terra da pascolo per l’allevamento. “La maggior parte di questa deforestazione era illegale”, si legge nello studio.

La moratoria del 2006? Inutile per l’Amazzonia

Per capire il significato dell’indagine occorre fare un passo indietro. Nel 2006 alcune delle maggiori compagnie europee hanno sottoscritto una moratoria per la protezione dell’Amazzonia. L’accordo vieta la vendita di soia coltivata su terreni disboscati dopo il 2008. Le restrizioni, tuttavia, non si applicano ad altri prodotti come la carne di manzo e altre colture.

Morale: i grandi operatori dell’agroindustria hanno potuto continuare ad espandere il territorio sotto il loro controllo per estendere le coltivazioni e l’allevamento continuando al tempo stesso a vendere sul mercato soia certificata come deforestation free.

“Le scoperte contrastano con le affermazioni di alcuni distributori globali di carne, compagnie di mangimi e catene di supermercati, secondo cui la soia non sarebbe più direttamente collegata alla distruzione dell’Amazzonia”, spiegano i ricercatori.

Dalla soia certificata un contributo indiretto alla deforestazione

Analizzando i dati satellitari, una risorsa notoriamente preziosa per le indagini sullo stato del terreno, gli autori hanno rilevato come solo il 7% del territorio del Mato Grosso soggetto a deforestazione nel 2018 sia stato destinato alla coltura della soia. Quest’ultima, tuttavia, ha continuato ad espandersi in Amazzonia coinvolgendo soprattutto terreni precedentemente disboscati. E non senza conseguenze.

“Questa espansione può ancora causare indirettamente nuova deforestazione“, spiegano ancora gli autori. “Perché gli allevatori, dopo aver venduto la terra agli agricoltori realizzando un profitto, si addentrano nella foresta dove la terra è più economica”.

Le responsabilità di USA ed Europa

Le indagini dei ricercatori si sono estese ai grandi gruppi occidentali che acquistano e commercializzano i prodotti dell’Amazzonia. Tra questi le multinazionali statunitensi Cargill, che opera anche sul mercato europeo, e Bunge che fornisce soia al mercato spagnolo. “Nel 2021, la Spagna ha importato 878mila tonnellate di soia dai comuni dell’Amazzonia che registrano almeno 7 km quadrati di deforestazione”, si legge nella ricerca.

Nel 2020, inoltre, “il Regno Unito ha importato più di 140mila tonnellate di soia e circa 50mila tonnellate di mais usato anche per l’alimentazione animale” da aree altrettanto colpite.

Fenomeno in crescita

I risultati dello studio giungono in un momento particolarmente problematico per l’Amazzonia. Dopo aver sperimentato una diffusa deforestazione tra il 2000 e il 2004 che ha portato alla distruzione di quasi 28mila chilometri quadrati di territorio, la regione ha conosciuto anni di relativa tranquillità. Tanto che dal 2004 al 2012 l’abbattimento degli alberi è diminuito dell’84%.

“Negli ultimi anni, tuttavia, la deforestazione è tornata a crescere vertiginosamente”, ricordano gli autori. Che, da parte loro, puntano il dito contro “la retorica e le politiche del presidente Jair Bolsonaro”.

A pesare, forse, non è tanto la carenza di impegno formale quanto la scarsa efficacia – non sappiamo quanto voluta – dei controlli. “A seguito della pressione internazionale, lo scorso anno il Brasile ha accettato di fermare completamente la deforestazione illegale entro il 2028 e di bloccare ogni disboscamento nel 2030”, scrive la Reuters. “Nel 2021, però, la deforestazione in Brasile ha toccato il livello più alto degli ultimi 15 anni e i dati di gennaio fotografano un fenomeno in crescita”. Nel primo mese del nuovo anno l’Amazzonia ha perso 430 km quadrati di foresta. Un danno cinque volte superiore a quello registrato nel gennaio 2021.