27 Febbraio 2026

Ecotossicità, le plastiche biodegradabili possono ridurla del 34%

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Uno studio della Yale School of Environment ha evidenziato il potenziale delle plastiche biodegradabili e compostabili per ridurre i rifiuti globali e l’inquinamento di suoli e mari. Per riuscirci, essenziale dotarsi di un adeguato sistema impiantistico e infrastrutturale di gestione del loro fine vita

di Emanuele Isonio

 

Quando si parla di gestione virtuosa dei rifiuti, la bacchetta magica non esiste, soprattutto nel caso della plastica usa e getta. I polimeri tradizionali possono infatti accumularsi nelle discariche per secoli o essere scaricate nei fiumi e trasformarsi in microplastiche tossiche che danneggiano l’ecosistema e la funzionalità dei suoli agricoli. L’incenerimento produce gas serra e inquinamento atmosferico, e il riciclo spesso si traduce in forme di plastica meno preziose (il cosiddetto “downcycled“). Ma alcune azioni e materiali possono diventare potenti alleati per imboccare la strada giusta. Come nel caso delle plastiche biodegradabili.

Una transizione possibile e vantaggiosa

L’indicazione arriva da uno studio della Yale School of the EnvironmentThe role of biodegradable plastics in the global plastic future – pubblicato su Nature Reviews Clean Technology. La ricerca è unica nel suo genere:

è infatti la prima su scala globale a concentrarsi sull’impatto ambientale delle plastiche biodegradabili lungo l’intero ciclo di vita dall’acquisizione delle materie prime fino a tutte le possibilità di fine vita, incluso il rilascio nell’ambiente sotto forma di microplastiche.

I numeri dello studio in tal senso sono piuttosto chiari: tra il 25 e il 46% delle plastiche convenzionali potrebbe essere sostituito da quelle biodegradabili. Se ciò accadesse, si potrebbe ridurre l’accumulo globale di rifiuti plastici del 27% entro il 2050 e l’ecotossicità del 34%, con una variazione minima della domanda energetica. Se, accanto alla transizione verso i polimeri biodegradabili, si prevedessero sistemi di riciclo adeguati per la plastica convenzionale rimasta, l’accumulo di quest’ultimo tipo di rifiuti diminuirebbe del 65%.

Il valore delle bioplastiche. A una condizione…

L’analisi evidenzia un enorme potenziale per ridurre l’impatto ambientale dell’industria globale della plastica. Ma con un accorgimento da non sottovalutare: serve costruire un adeguato sistema per la gestione del loro fine vita. Tradotto: le plastiche biodegradabili non sono una licenza per gettare rifiuti dove capita, anche fosse in discarica (monito che peraltro vale per qualsiasi tipo di materiale…). Sono state progettate per decomporsi in condizioni specifiche e vanno quindi considerate un’opportunità per dotarsi di infrastrutture in grado di trattarle.

“Le plastiche biodegradabili possono sicuramente contribuire a ridurre l’accumulo di rifiuti plastici e l’ecotossicità, ma i benefici potrebbero non essere mantenuti se il loro fine vita non viene gestito correttamente”, ha affermato Yuan Yao, docente associata di Ecologia industriale e sistemi sostenibili a Yale e autore senior dello studio. “Abbiamo bisogno di più infrastrutture per il corretto trattamento delle plastiche biodegradabili e di una buona formazione su come utilizzarle”.

I ricercatori fanno l’esempio delle bioplastiche compostabili: all’interno di impianti di digestione anaerobica e compostaggio, si trasformano in fertilizzante naturale per riportare sostanza organica nei terreni agricoli e diventano quindi anche un’occasione per trattare al meglio l’intera frazione umida dei rifiuti urbani, ancora oggi non adeguatamente valorizzata in molti Paesi. “I rifiuti di plastica compostabile devono essere raccolti separatamente dai rifiuti di plastica convenzionali, il che richiede un ampliamento della capacità dei sistemi di raccolta dei rifiuti e l’educazione dei consumatori”, scrivono i ricercatori.

L’importanza delle etichettature

Secondo Yao, inoltre, per massimizzare i benefici del crescente mercato delle plastiche compostabili occorre una maggiore ricerca sulle materie prime a basso consumo idrico e investimenti in infrastrutture di gestione dei rifiuti. Altrettanto importante introdurre sistemi di etichettatura standardizzati, per evitare confusione tra i consumatori e garantire che le plastiche siano riconosciute chiaramente, separate e conferite nel modo corretto.

Lo studio pubblicato su Nature si basa sulla ricerca condotta da Yao e dal ricercatore post-dottorato Zhengyin Piao nel 2024. In esso, avevano sviluppato un metodo per valutare l’impatto ambientale delle microplastiche biodegradabili nei corsi d’acqua. Il metodo sviluppato in quella ricerca ha anche permesso loro di prevedere l’impatto della produzione di plastica su molteplici dimensioni di sostenibilità ed è quindi stato utilizzato nel nuovo studio per tenere conto di quale porzione di plastica convenzionale potesse essere tecnicamente sostituita e per costruire diversi scenari per la gestione dei rifiuti, aumenti nell’uso globale della plastica e variazioni nelle condizioni locali, come la temperatura.

Un riconoscimento per il modello italiano

Le indicazioni fornite dai ricercatori di Yale sono un indiretto riconoscimento rivolto a quei Paesi che hanno costruito un modello virtuoso di gestione del fine vita dei diversi materiali, incluse le bioplastiche compostabili, con l’obiettivo di massimizzarne la raccolta e il successivo riciclo ma anche di stimolare la diffusione di manufatti che potessero andare a sostituire quelli prima realizzati in polimeri tradizionali.

L’Italia in tal senso è sicuramente un esempio a livello europeo: per riuscirci, ha da un lato introdotto, da più di un decennio, il divieto di vendita delle buste della spesa in plastica tradizionale, incentivandone sia la riduzione sia la sostituzione con quelle riutilizzabili o compostabili. Poi, nel 2021 sono iniziate ufficialmente le attività del Consorzio Biorepack, che all’interno del sistema CONAI si occupa del riciclo delle plastiche biodegradabili e compostabili, portandolo in poco tempo oltre gli obiettivi previsti dalla Ue per il 2030 e stimolando contemporaneamente la raccolta della frazione organica dei rifiuti.

Lo ha fatto grazie al pagamento di un contributo ambientale da parte dei produttori e trasformatori degli imballaggi in bioplastica, utilizzato da Biorepack sia per garantire risorse ai Comuni e ai loro gestori dei rifiuti a copertura dei costi di raccolta, trasporto e trattamento, sia per sviluppare campagne di comunicazione rivolte a cittadini e imprese per aumentare la conoscenza e il corretto conferimento delle bioplastiche.

Il marchio ideato dal Consorzio Biorepack vuole valorizzare i prodotti delle imprese italiane della filiera delle bioplastiche compostabili ma aiuterà anche i cittadini nel corretto conferimento degli imballaggi nella raccolta dei rifiuti organici. FOTO: Consorzio Biorepack.

Il marchio ideato dal Consorzio Biorepack vuole valorizzare i prodotti delle imprese italiane della filiera delle bioplastiche compostabili ma aiuterà anche i cittadini nel corretto conferimento degli imballaggi nella raccolta dei rifiuti organici. FOTO: Consorzio Biorepack.

Ha infine introdotto nei mesi scorsi un nuovo marchio di filiera che contribuisce a valorizzare i prodotti realizzati dalle aziende appartenenti al sistema Biorepack e al tempo stesso agevola i cittadini nel momento di fare la raccolta differenziata.

“Le azioni portate avanti dal nostro Paese negli ultimi anni vanno esattamente nella direzione auspicata dallo studio pubblicato da Yale” commenta Marco Versari, presidente di Biorepack. “Fa piacere che ricercatori di altissimo livello arrivino a confermare che investire in materiali innovativi come le bioplastiche è una scelta lungimirante che però deve essere accompagnata con un sistema di gestione del fine vita che permetta di massimizzare l’efficacia di questi prodotti, di trasformarli in compost e di riportare la sostanza organica nei terreni agricoli sempre meno fertili”.