L’azione dell’uomo dietro alla perdita di carbonio nei deserti
Lo studio cinese: i disturbi causati dall’uomo provocano una significativa perdita di carbonio nel suolo degli ambienti più aridi. Tra le attività più impattanti anche alcune pratiche considerate “sostenibili” come la raccolta stagionale e l’irrigazione
di Matteo Cavallito
L’impatto delle attività umane sui deserti iper aridi si traduce in una perdita significativa di carbonio. Un fenomeno che evidenzia il peso degli effetti diretti non solo di eventi tipicamente critici, come gli incendi ad esempio, ma anche di diverse pratiche, incluse – a sorpresa – alcune azioni generalmente considerate sostenibili. Lo rivela un recente studio dell’Istituto di Ecologia e Geografia dello Xinjiang dell’Accademia Cinese delle Scienze.
“Il disturbo antropogenico è un fattore determinante di cambiamento a livello globale che influisce notevolmente sullo stoccaggio del carbonio organico nel suolo“, si legge nella ricerca pubblicata sulla rivista Global Change Biology. ”Tuttavia, gli impatti a lungo termine dell’azione umana sulla stabilità dell’elemento nei deserti sono tuttora poco chiari”. Per svelare questo genere di dinamiche gli autori hanno compiuto un esperimento su un arco di 16 anni.
Nei deserti si perde fino al 13% del carbonio
Nel corso dello studio, proseguono gli autori, “Abbiamo valutato le dinamiche sul carbonio del suolo negli ecosistemi desertici sottoposti a cinque condizioni: assenza di disturbi, raccolta primaverile, raccolta autunnale, incendio e irrigazione (simulando inondazioni artificiali)”. Le analisi hanno interessato sei diversi strati di terreno (0–5 cm, 5–15, 15–30, 30–60, 60–100, 100–150).
La ricerca ha rivelato come l’impatto delle azioni antropiche abbia interessato soprattutto il carbonio particolato (la massa di carbonio presente nel materiale organico di diametro compreso tra 0,5 e 2 mm circa) nel terriccio (0-15 cm) e il carbonio di origine microbica e vegetale nel sottosuolo (100-150 cm).
“Al crescere della profondità del suolo, le concentrazioni di carbonio organico – particolato, prodotto dai microrganismi, derivato dalle piante – si sono ridotte progressivamente”, afferma lo studio. Nel dettaglio le interferenze dell’uomo sull’ambiente hanno provocato una diminuzione del 13,2% dell’elemento, con cali di quello particolato e di quello associato ai minerali pari rispettivamente al 16,3% e al 41,1%.
Raccolta e irrigazione hanno provocato i maggiori impatti
Tra le azioni di disturbo più impattanti la raccolta autunnale e l’irrigazione hanno avuto gli effetti più gravi, portando a perdite del 20-21% rispetto alle aree non interessate. Il terriccio (0-15 cm) è risultato particolarmente vulnerabile, con una perdita di carbonio causata dalla riduzione degli apporti di origine vegetale e dall’interruzione delle interazioni tra i microbi e i minerali.
“Dal punto di vista meccanico, l’esaurimento del carbonio di origine vegetale era correlato alla riduzione degli apporti dalla pianta, mentre il declino di quello microbico era legato all’alterazione delle proprietà minerali (calcio scambiabile, ossidi non cristallini e ossidi liberi) e di quelle dei microorganismi stessi (enzimi, biomassa microbica, funghi e batteri)”, spiega la ricerca.
I disturbi hanno fatto crescere il rapporto tra carbonio particolato e carbonio minerale del 46,2%. La maggiore incidenza di quest’ultimo, in altre parole, segnala “una transizione verso serbatoi meno stabili”, spiega una nota dell’Accademia delle Scienze Cinese. I cambiamenti nelle comunità microbiche, tra cui il calo dei funghi e un aumento dei batteri, inoltre, avrebbero ulteriormente contribuito alla destabilizzazione dell’elemento.
Un delicato equilibrio tra attività umane ed ecosistema
Alcune scoperte, dunque, possono apparire quasi paradossali chiamando in causa l’impatto sorprendente di alcuni interventi a cominciare dall’irrigazione. “Le nostre scoperte rivelano che anche alcune pratiche apparentemente sostenibili, come la raccolta stagionale, possono portare i deserti iperaridi verso un esaurimento irreversibile del carbonio”, ha spiegato Akash Tariq, principale autore dello studio.
Per questo, ha aggiunto, “La protezione di questi ecosistemi richiede un bilanciamento tra i mezzi di sussistenza locali e le strategie di conservazione del carbonio a lungo termine”.
La ricerca, insomma, ha evidenziato la presenza di un delicato equilibrio tra le attività umane e la salute degli ecosistemi nelle regioni aride. Sottolineando quindi l’urgente necessità di adottare pratiche sostenibili. Ovvero “di integrare le dinamiche del carbonio nel sottosuolo nelle strategie di gestione degli ecosistemi desertici”, concludono i ricercatori.

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