Siccità, alluvioni & Co: l’Italia nella “Top 20” dei Paesi più colpiti
Negli ultimi trent’anni l’Italia è il sedicesimo Paese più colpito dagli effetti del clima secondo il Climate Risk Index (CRI) dell’associazione Germanwatch. Dal 1995 gli eventi estremi nel Pianeta hanno fatto più di 800mila vittime e 4,5 trilioni di dollari di danni
di Matteo Cavallito
Negli ultimi trent’anni l’Italia è stato uno dei Paesi più colpiti dall’emergenza climatica e dalle sue conseguenze dirette. Un pessimo bilancio – misurato in termini di impatto degli eventi estremi – che colloca la Penisola al 16° posto di una classifica globale che comprende, nelle prime venti posizioni, diverse nazioni in via di sviluppo ma anche Francia, Cina e Stati Uniti. A rivelarlo è l’ultimo rapporto della ONG ambientalista tedesca Germanwatch pubblicato in concomitanza con l’avvio dei lavori della COP30, la Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici in programma a Belém, Brasile, fino al 21 novembre.
La graduatoria è stata stilata sulla base del punteggio ottenuto nel Climate Risk Index (CRI), un indicatore elaborato già nel 2006 che analizza gli effetti di fenomeni come ondate di calore, alluvioni, incendi e altro ancora. Questi eventi “sono diventati troppo comuni nel nuovo scenario mondiale“, spiegano gli autori. ”L’indicatore mette in luce il costo crescente dell’inazione rivelando il sempre maggiore tributo umano ed economico”.
Un indice complessivo dell’impatto del clima
Per misurare gli impatti degli eventi meteorologici estremi l’indice prende in considerazione tre categorie di rischio: idrologico, meteorologico e climatologico. Esaminando i dati provenienti dal database internazionale EM-DAT sulle catastrofi naturali, dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), il CRI visualizza l’effetto di tali eventi sia nell’anno precedente alla pubblicazione sia negli ultimi 30 anni.
In totale il Climate Risk Index misura tre dimensioni tenendo conto sia delle conseguenze in valore assoluto che di quelle in termini relativi: perdita economica, numero di vittime e popolazione colpita.
Attribuendo a ciascuna un peso diverso è così possibile elaborare un indice ponderato che esprime un punteggio totale per ogni Paese. Nella classifica calcolata sul periodo 1995-2024, Dominica, Myanmar e Honduras occupano i primi tre posti mentre l’India, nona, precede tra gli altri la Cina (undicesima) e la Francia (dodicesima e prima tra le nazioni europee). L’Italia si colloca tra Pakistan e Guatemala sopravanzando anche gli Stati Uniti, diciottesimi.

Nella classifica calcolata sul periodo 1995-2024, Repubblica Dominicana, Myanmar e Honduras occupano i primi tre posti. Immagine: Germanwatch 2025
Ondate di calore e siccità colpiscono l’Italia
Tra i fattori che hanno contribuito al risultato della Penisola c’è la forte esposizione dell’Europa meridionale a fenomeni come le ondate di calore e la siccità. “Nel luglio 2024 anche l’Europa del Sud e il Nord Africa hanno subito ondate di calore mortali“, si legge nel rapporto. ”Paesi come Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Francia e Marocco hanno registrato temperature estreme che hanno causato vittime, incendi boschivi diffusi e gravi disagi alle persone”.
Secondo gli esperti, ricorda ancora lo studio, “questa ondata di caldo nel Mediterraneo non si sarebbe verificata senza il cambiamento climatico. Eventi di questo tipo, un tempo praticamente impossibili, non sono più rari e fanno registrare oggi temperature superiori rispetto all’era preindustriale in una misura compresa tra 1,7 e 3,5 °C ”.
L’impatto climatico è anche particolarmente evidente sul fronte della siccità come dimostra il caso delle isole maggiori italiane. “Nel settembre 2024 la Sicilia e la Sardegna (hanno registrato, ndr) una grave siccità dopo 12 mesi di scarse precipitazioni e caldo estremo, con ripercussioni sull’agricoltura e sul turismo. I cambiamenti climatici indotti dall’uomo hanno fatto crescere la probabilità di questo genere di evento di circa il 50% (nel periodo agosto 2023 – luglio 2024, ndr)”, spiegano gli autori.

Negli ultimi trent’anni l’Italia è stato uno dei Paesi più colpiti dall’emergenza climatica. Immagine: Germanwatch 2025
In 30 anni oltre 800mila morti e $4.500 miliardi di danni
Al di là del caso italiano, colpisce la fotografia globale che emerge negli ultimi tre decenni. Impressionante, in particolare, il bilancio dei danni e dei costi umani: dal 1995 al 2024, gli eventi estremi legati al cambiamento climatico – oltre 9.700 quelli rilevati – hanno ucciso 832.000 persone in tutto il mondo provocando perdite economiche dirette per oltre 4,5 trilioni di dollari (4.500 miliardi). Nel trentennio sotto indagine, in particolare, le ondate di calore e le tempeste hanno causato il maggior numero di vittime: 66% del totale, equamente diviso tra i due fenomeni.
Quasi metà (48%) delle persone colpite dagli eventi estremi hanno fatto i conti con le inondazioni. Le tempeste hanno causato da sole quasi il 60% dei danni in termini economici (2,64 trilioni).
I Paesi maggiormente coinvolti dal problema a lungo termine, afferma lo studio, si dividono idealmente in due categorie: quelli più colpiti da eventi estremi decisamente insoliti – come ad esempio Dominica, Myanmar, Honduras e Libia – e quelli soggetti a fenomeni distruttivi ricorrenti, tra cui Haiti, Filippine, Nicaragua e India. “La scienza dimostra chiaramente che il cambiamento climatico fa salire il rischio per entrambe le categorie e contribuisce a trasformare eventi anomali in minacce continue, creando così una nuova normalità”, proseguono gli autori.
Il sud del mondo epicentro della crisi
La classifica dell’indice di rischio, infine, evidenzia ancora una volta come i Paesi del Sud del mondo siano anche i più vulnerabili al problema. Nei trent’anni esaminati, ricordano gli esperti, “sei dei dieci Paesi più colpiti, tra cui uno Stato insulare piccolo in via di sviluppo e tre Paesi meno sviluppati, erano a reddito medio-basso. La capacità di queste nazioni di far fronte alla situazione è notevolmente inferiore rispetto ad altre”. Tre le dieci nazioni più colpite nel lungo periodo una sola fa parte della categoria dei Paesi ad alto reddito: le Bahamas.
I dati, concludono gli autori, diventano quindi motivo di riflessione soprattutto per i delegati presenti in questi giorni in Amazzonia. “La COP 30 dovrebbe trovare modi efficaci per colmare il divario che ci separa dal raggiungimento degli obiettivi globali, come illustrano i risultati del nostro studio“, spiegano. ”Le emissioni devono essere ridotte immediatamente, occorre accelerare gli sforzi di adattamento e implementare soluzioni efficaci per affrontare le perdite e i danni ed è necessario, infine fornire, fondi adeguati per il clima”.

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