20 Febbraio 2026

Carbonio organico, le foreste naturali battono la rigenerazione artificiale

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Nelle aree forestali intatte i livelli di carbonio nel suolo superano nettamente quelli rilevati nelle zone ripristinate attraverso gli impianti. Nelle quali la maggiore acidità del terreno riduce la capacità di conservazione dell’elemento

di Matteo Cavallito

Le foreste, come noto, sono uno straordinario serbatoio di carbonio organico, per questo il loro ripristino costituisce da sempre un importante strategia di mitigazione climatica. La capacità di sequestro di elemento da parte del suolo forestale, tuttavia, risulterebbe decisamente variabile. Evidenziando valori decisamente più alti nelle aree intatte nel confronto con quelle ripristinate artificialmente con l’innesto di nuovi alberi. A sostenerlo uno studio internazionale condotto nel Kerala, nell’India sud-occidentale. L’indagine, che ha coinvolto i ricercatori locali del Kerala Forest Research Institute (KFRI), del Forest Research Institute (FRI) e della Cochin University of Science and Technology (CUSAT) insieme ai loro colleghi statunitensi della Purdue University, è stato pubblicato sulla rivista PLoS One.

Nelle foreste naturali concentrazioni di carbonio più elevate

Nel corso della ricerca, spiegano gli autori, è stato utilizzato un campionamento casuale stratificato in cinque zone ecologiche dell’area. Qui gli scienziati hanno raccolto campioni di suolo da quattro strati distinti fino a una profondità di 1 metro. Analizzandone in seguito contenuto di carbonio, acidità e struttura, i ricercatori hanno ricostruito una mappa tridimensionale delle modalità di sequestro del carbonio.

Quando una foresta naturale diversificata viene abbattuta per far posto a una piantagione monospecifica, come quella di teak, spiegano ancora, i complessi processi biologici che regolano la cattura dell’elemento vengono tipicamente compromessi.

Il risultato, osserva nel dettaglio lo studio, è che “le foreste naturali mantengono concentrazioni medie di carbonio organico nel suolo notevolmente più elevate (16,61 g/kg) rispetto quelle soggette a impianti di alberi (11,82 g/kg)”. Nelle aree intatte, inoltre, più del 70% del carbonio è conservato nei primi 30 centimetri di profondità del terreno.

L’indagine si è svolta in cinque zone ecologiche del Kerala, nell’India Meridionale. Fonte: Jaya P, Rui Y, Navya M, Sandeep S (2026) Soil organic carbon dynamics: Influences of land-use change in natural and plantation forests of the Western Ghats, India. PLoS One 21(2): e0342399. https://doi. org/10.1371/journal.pone.0342399. DEM based on Shuttle Radar Topography Mission (SRTM) 1 Arc-Second Global courtesy of the U.S. Geological Survey (https://doi.org/10.5066/F7PR7TFT) (https://earthexplorer.usgs.gov)

L’indagine si è svolta in cinque zone ecologiche del Kerala, nell’India Meridionale. Fonte: Jaya P, Rui Y, Navya M, Sandeep S (2026) Soil organic carbon dynamics: Influences of land-use change in natural and plantation forests of the Western Ghats, India. PLoS One 21(2): e0342399. https://doi. org/10.1371/journal.pone.0342399. DEM based on Shuttle Radar Topography Mission (SRTM) 1 Arc-Second Global courtesy of the U.S. Geological Survey (https://doi.org/10.5066/F7PR7TFT) (https://earthexplorer.usgs.gov)

L’acidità del suolo è un fattore determinante

A determinare questo divario a favore delle aree naturali sono diversi fattori. Tra questi il pH più basso dei suoli delle piantagioni che tendono a diventare più acidi nel tempo a causa del modo in cui gli alberi di teak perdono le foglie e delle pratiche di gestione del terreno. Questa maggiore acidità rende più difficile per il suolo trattenere l’elemento.

“L’analisi di correlazione ha mostrato una relazione negativa significativa tra il carbonio organico e il pH del terreno nelle foreste naturali, mentre i suoli delle piantagioni hanno mostrato una relazione positiva”, rileva lo studio. “Nelle superfici forestali è positiva anche la correlazione con la concentrazione di argilla mentre è debolmente negativa quella dello stesso elemento con il contenuto di sabbia”.

Necessari cicli di crescita più lunghi

Un altro aspetto particolarmente interessante è dato da una significativa eccezione rilevata nello studio: una piantagione di teak più vecchia, lasciata indisturbata per oltre 50 anni, mostrava livelli elevati di carbonio. Questo dato suggerisce una gestione migliore e cicli di crescita più lunghi per le piantagioni potrebbero contribuire a ridurre il divario nella capacità di conservazione.

Lo studio, in ogni caso, evidenzia i limiti delle pratiche di riforestazione che risultano meno efficaci nel contrasto al cambiamento climatico rispetto alle strategie di protezione delle foreste naturali.

“Il cambiamento nell’uso del suolo da foresta naturale a piantagione riduce le riserve di carbonio organico nel terreno, alterando la salute di quest’ultimo e riducendone la resilienza ai cambiamenti ambientali nelle zone tropicali”, conclude l’indagine. Per questo, “mantenere e ripristinare le foreste sia a livello globale che nelle aree ricche di biodiversità, è essenziale per massimizzare il sequestro del carbonio, sostenere la fertilità e raggiungere gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici”.