Australia, nelle foreste disboscate la rigenerazione naturale non basta
Nelle foreste del sud ovest del Paese, il 19% delle aree disboscate non ha sperimentato la rigenerazione naturale. Determinanti le cattive pratiche di gestione e il cambiamento climatico
di Matteo Cavallito
L’impiego di pratiche di gestione inadeguate e le conseguenze del cambiamento climatico rendono sempre meno efficace la rigenerazione naturale delle foreste dopo il disboscamento. Un fenomeno che appare evidente alla luce dei numeri sul lungo periodo. Lo afferma una ricerca realizzata in Australia che ha preso in esame il caso delle aree boschive dello Stato di Victoria, nel sud ovest del Paese. Dove, affermano gli autori, circa un quinto del territorio interessato dal taglio non è stato in grado di ripristinarsi nello spazio di 40 anni.
“Dopo la fine del disboscamento di alberi nativi nel Victoria, il 1° gennaio 2024, le maestose foreste dello Stato potrebbero forse rigenerarsi in modo naturale”, hanno scritto i ricercatori in un successivo articolo pubblicato su The Conversation. “Il nostro studio, tuttavia, dimostra che non è stato sempre così”.
La mancata rigenerazione interessa il 19% della foresta disboscata
Il Victoria, ricordano i ricercatori, “ospita alcune delle foreste più spettacolari del Pianeta”. Nei suoi boschi cresce in particolare il frassino di montagna, la pianta da fiore più alta del mondo, che può raggiungere quasi i 100 metri di altezza. Questi ambienti mantengono un forte significato culturale per le popolazioni indigene, sostengono molte attività ricreative e turistiche e offrono, infine, numerosi servizi ecosistemici incluso il sequestro di carbonio che, proprio nelle foreste di frassino, raggiunge una delle concentrazioni per ettaro più elevate su scala globale.
Per molti decenni, ricordano i ricercatori, queste aree sono state disboscate per ricavare legname e pasta di legno lasciando alla natura il compito di rigenerare le piante. Ma con quali effetti?
Per rispondere a questa domanda gli autori hanno utilizzato i dati satellitari e quelli dei registri ufficiali sulle operazioni di disboscamento raccolti in quattro decenni. I risultati parlano chiaro: “Abbiamo scoperto che nel 19,2% delle aree disboscate tra il 1980 e il 2019 nella nostra area di studio (8.030 ettari sui 41.819 che sono stati tagliati) la rigenerazione non ha funzionato”, spiegano.
La situazione è peggiorata nel tempo
Lo studio, realizzato da tre scienziati dell’Australian National University di Canberra e pubblicato sul Journal of Environmental Management, ha evidenziato come il fenomeno sia stato favorito da scelte di gestione forestale decisamente inappropriate. Tra i principali fattori critici la scelta del sempre problematico taglio a raso, che espone le aree all’erosione, il disboscamento sui pendii ripidi, dove maggiore è la perdita di suolo, e la mancanza di interventi correttivi come la piantumazione, il controllo delle specie infestanti e la protezione dal pascolo.
Ma non è tutto. Particolarmente grave, infatti, è la progressione temporale del fallimento. “C’è chiaramente un aumento significativo dell’estensione della mancata rigenerazione che è passata in media dai due ettari scarsi per blocco di taglio del 1980 (ovvero il 7,5% circa del totale) agli oltre nove del 2019 (85%)”, afferma la ricerca.
Il cambiamento climatico condiziona la ripresa delle foreste
Ad aggravare il problema nelle foreste è però un altro fattore determinante: il cambiamento climatico. Lo studio, infatti, evidenzia come i fallimenti nella rigenerazione siano aumentati negli anni recenti nonostante un progressivo calo nell’estensione del disboscamento. Ciò suggerisce che il rialzo delle temperature abbia un’influenza crescente a prescindere dall’intensità delle attività forestali.
Il problema è evidente soprattutto nei boschi di eucalipti australiani nella parte centrale del Victoria. Queste piante, infatti, sono fortemente dipendenti da climi freddi e umidi e si rigenerano con successo solo in condizioni molto specifiche e comunque non compatibili con quelle sperimentate dalla regione nel periodo in esame: aumento delle temperature e riduzione delle precipitazioni. Non è un caso che la mancata rigenerazione si verifichi sempre più spesso “su blocchi di taglio a quote più basse dove si sperimentano temperature più elevate”.
Serve una nuova strategia
Gli attuali metodi di rigenerazione post-taglio, insomma, non sono sufficienti a garantire il recupero della copertura forestale. Per questo, spiegano quindi gli scienziati, occorre adottare nuove strategie di ripristino su larga scala. Tra i suggerimenti contenuti nella ricerca il divieto di disboscamento su terreni troppo ripidi, l’avvio della piantumazione assistita nelle aree più vulnerabili e l’integrazione del ripristino nei meccanismi di finanziamento ambientale. Che, ricordano i ricercatori, includono ad esempio l’emissione di obbligazioni.
“Come parte di una coalizione di ricercatori, organizzazioni ambientaliste e partner del settore finanziario abbiamo proposto un green bond da 224 milioni di dollari australiani (quasi 130 milioni di euro, ndr) per la rigenerazione delle foreste”, scrivono gli autori. “Questa proposta è stata presentata al governo tramite la Treasury Corporation of Victoria (l’ente pubblico che gestisce le finanze dello Stato, ndr)”.
Le obbligazioni verdi, in particolare, stimolerebbero gli investimenti congiunti da parte del governo e di partner privati per migliorare il monitoraggio e la conservazione della biodiversità nelle foreste native. Altri investimenti potrebbero includere la creazione di iniziative turistiche e la tutela degli animali selvatici proteggendo gli habitat per le specie a rischio.

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