Africa, il clima mette a rischio la biodiversità vegetale delle montagne
Lo studio tedesco: in Africa l’aumento delle temperature spinge le specie vegetali alla dispersione verso le altitudini più elevate. Ma il processo è troppo veloce e il rischio che le piante perdano il loro habitat cresce di conseguenza
di Matteo Cavallito
Il cambiamento climatico, come noto, stimola da tempo la “migrazione” verso le altitudini più elevate delle specie vegetali che si sono adattate a temperature più fredde. Tale processo, tuttavia, non sembra manifestarsi con la stessa intensità nelle diverse aree del Pianeta. In Africa, in particolare, questo spostamento potrebbe avvenire a un ritmo decisamente accelerato rispetto alla media. Limitando così la capacità di alcune specie di trovare un habitat adatto.
Un fenomeno che riguarderebbe soprattutto le specie endemiche che già vivono alle quote più elevate e non hanno ulteriori margini disponibili di migrazione. È la conclusione di uno studio pubblicato sulla rivista Global Change Biology.
Uno studio su oltre 600 specie in Africa
La ricerca, guidata dall’Università di Passau, in Germania, ha coinvolto un gruppo internazionale di studiosi nello sviluppo di modelli statistici di distribuzione tenendo conto di diverse variabili: le preferenze ambientali delle specie vegetali, la loro capacità di dispersione, i probabili cambiamenti nell’uso del suolo e quelli climatici entro la fine del secolo. Lo studio, spiega una nota, ha raccolto così un totale di 419.055 registrazioni di piante provenienti da banche dati internazionali e da altre fonti.
Queste includono 7.378 specie endemiche delle montagne africane, 607 delle quali accompagnate da dati botanici sufficienti.
I modelli sono stati applicati a queste ultime simulando tre scenari di emissioni sviluppati dall’IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico) della Nazioni Unite. Includendo diversi tipi di dispersione (eolica e balistica, ad esempio) gli autori hanno potuto contare su modelli particolarmente realistici. Le conclusioni dipingono uno scenario problematico anche in un quadro climatico in linea con gli obiettivi globali di mitigazione.
Alcune specie potrebbero perdere il 90% del proprio habitat
“Le nostre proiezioni indicano che, mantenendo il riscaldamento al di sotto dei 2 °C fino al 2100 in un quadro di sostenibilità (ovvero il cosiddetto “scenario SSP1.26” della classificazione dell’IPCC che prevede un aumento della Global Surface Temperature, la media globale delle temperature superficiali di terra e mare, di 1,8 °C da qui alla fine del secolo, ndr), quasi la metà (49,3%) delle specie subirebbe una contrazione delle aree idonee”, spiega lo studio. Negli scenari peggiori – SSP3.70 e SSP5.85 con aumenti previsti pari rispettivamente a 3,6 °C e 4,4 °C – il problema interesserebbe invece fino a 3/4 delle specie (71%-75,6%)
In Africa, nota lo studio, le stime prefigurano “tassi di spostamento verso l’alto che potrebbero essere fino a tre volte superiori alla media globale calcolata”.
Le specie che vivono alle quote più elevate o in catene montuose isolate sarebbero colpite in misura ancora maggiore. Sebbene generalmente in grado di sopportare le nuove condizioni meglio delle erbe e delle felci, gli alberi e gli arbusti potrebbero dover fronteggiare, in certi casi, scenari complessi. Alcune specie arboree, sottolinea la nota, finirebbero per perdere oltre il 90% del loro habitat idoneo negli scenari ad alte emissioni.
Decisivo il controllo dei cambiamenti d’uso del suolo
“I nostri risultati sono in linea con le tendenze già segnalate in precedenza relative allo spostamento verso l’alto delle distribuzioni delle specie, ma suggeriscono anche che l’accelerazione dei tassi di cambiamento potrebbe limitare la capacità di alcune di esse di individuare la propria nicchia ecologica basandosi esclusivamente sulla propria capacità naturale di dispersione”, prosegue lo studio. In tutti gli scenari di emissione, la perdita di ricchezza di specie sarebbe maggiore nelle montagne del Madagascar, negli altopiani dell’Africa orientale e nelle catene montuose sudafricane.
La sopravvivenza di una vegetazione diversificata, spiegano i ricercatori, dipende dalla capacità di distribuzione delle piante che si verifica solo a certe condizioni come la presenza di collegamenti tra i diversi habitat e la continuità delle interazioni biotiche come l’impollinazione.
Il ritmo dei cambiamenti è determinato invece dall’accelerazione del riscaldamento globale e dalla gestione del terreno. Per questo, “Oltre alla riduzione delle emissioni globali di CO2, è fondamentale affrontare il cambiamento nell’uso del suolo connesso al commercio globale e allo sviluppo economico”, conclude Christine Schmitt, docente dell’Università di Passau. “La coltivazione al di fuori dell’areale naturale (conservazione ex situ) e l’uso delle banche dei semi sono le misure di ultima istanza per proteggere le specie più minacciate”.

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