Suolo, biomasse e bioprodotti: la ricetta della bioeconomia per ridurre il fossile
Dai sottoprodotti agricoli ai bioprodotti, fino ai criteri per valutare gli impatti sul suolo: una piattaforma coordinata da Chimica Verde Bionet propone al governo e alle Regioni una serie di interventi per rimuovere gli ostacoli allo sviluppo dell’industria bio-based
di Emanuele Isonio
Ridurre la dipendenza dalle fonti fossili facendo della bioeconomia uno degli strumenti della transizione ecologica e, allo stesso tempo, della sicurezza economica ed energetica del Paese. È l’obiettivo della “Piattaforma di proposte per lo sviluppo della bioeconomia”, promossa da una dozzina di organizzazioni italiane del mondo ambientalista, industriale e della ricerca e coordinata da Chimica Verde Bionet. Il documento è stato inviato a Governo e Regioni con una serie di proposte operative per favorire la sostituzione delle materie prime fossili con risorse rinnovabili di origine biologica.
La premessa è legata anche all’attuale scenario internazionale. Conflitti e crisi energetiche, sostengono i promotori, rendono ancora più urgente ridurre la dipendenza dalle risorse fossili. Accanto all’efficienza energetica e alle rinnovabili, la bioeconomia può contribuire a questo processo valorizzando materiali di origine agricola capaci di sostituire quelli fossili in numerose applicazioni: dalle bioplastiche ai lubrificanti, dalle fibre tessili ai carburanti, fino a concimi e prodotti per l’agricoltura.

Le principali proposte avanzate dalle 12 associazioni nella Piattaforma per la Bioeconomia. FONTE: elaborazione Re Soil Foundation.
Il paradosso delle risorse che diventano rifiuti
Secondo i firmatari, però, tra gli obiettivi dichiarati dalle strategie pubbliche e la loro applicazione resta una distanza significativa. Nonostante l’Europa abbia adottato negli ultimi anni nuovi provvedimenti a sostegno della bioeconomia e l’Italia abbia approvato il Piano d’implementazione 2025-2027 della Strategia Italiana per la Bioeconomia, permangono barriere normative e culturali che frenano investimenti e nuovi progetti industriali.
Uno dei problemi riguarda la gestione di sottoprodotti e residui. Materiali ancora utilizzabili possono essere classificati come rifiuti una volta usciti dal ciclo produttivo, rendendone più difficile il recupero. La Piattaforma cita, ad esempio, i ritagli tessili, le cui fibre potrebbero essere reimpiegate, e i fanghi delle bioraffinerie, potenzialmente valorizzabili, quando le loro caratteristiche lo consentono, come fertilizzanti o per la produzione di bioenergia. Da qui la richiesta di rendere più chiare le modalità di applicazione del concetto di “sottoprodotto” previsto dal Testo Unico Ambientale e di superare la frammentazione regionale nella definizione di ciò che deve essere considerato rifiuto.
Un secondo intervento riguarda la stessa identità dei prodotti bio-based. Le associazioni chiedono una definizione normativa vincolante di “bioprodotto”, oggi utilizzata nelle strategie, nei bandi e nei criteri ambientali senza una specifica codificazione legislativa, e sottocodici ATECO dedicati ai prodotti bio-based e alle bioraffinerie. L’obiettivo è rendere queste attività riconoscibili e distinguerle dai processi industriali convenzionali.
Il suolo entra nel calcolo degli impatti
Tra le proposte c’è un passaggio che riguarda direttamente la salute del suolo. I firmatari chiedono di rivedere alcuni criteri delle analisi del ciclo di vita (LCA) applicate alla fase agricola, ritenendo che strumenti sviluppati originariamente per confrontare processi industriali non riescano sempre a rappresentare correttamente la complessità dei sistemi agricoli.
Il documento porta proprio l’esempio della “perdita di suolo”. Un terreno agricolo degradato può essere recuperato attraverso pratiche come rotazioni e minima lavorazione, mentre il danno prodotto da una grave contaminazione da idrocarburi aromatici può risultare molto più difficile, se non impossibile, da invertire. Valutare la sostenibilità significa quindi considerare non soltanto l’impatto registrato in un determinato momento, ma anche la capacità del suolo di rigenerarsi e recuperare le proprie funzioni.
È un tema centrale per una bioeconomia realmente sostenibile. La sostituzione del carbonio fossile con carbonio rinnovabile non può infatti prescindere dalla qualità delle modalità con cui la biomassa viene prodotta.
La disponibilità futura di materie prime biologiche dipende a sua volta dalla conservazione della fertilità, della sostanza organica, della biodiversità e delle funzioni ecosistemiche dei terreni agricoli.
Dagli appalti pubblici alle startup
La Piattaforma propone inoltre di introdurre quote minime di materiali bio-based nei Criteri Ambientali Minimi degli appalti pubblici, differenziate per settore, e di sostenere maggiormente prodotti biodegradabili e compostabili. Per startup e tecnologie innovative vengono richiesti infrastrutture, tempi autorizzativi più brevi e incentivi finanziari e fiscali, legandoli a requisiti verificabili come contenuto di carbonio rinnovabile, biodegradabilità o compostabilità e assenza di tossicità per persone, animali e ambiente.
Il documento, sottoscritto tra gli altri da Assobioplastiche, Cluster SPRING, Legambiente, Consorzio Italiano Biogas, Kyoto Club, ITABIA, Federcanapa e Associazione Biotecnologi Italiani, viene presentato dai promotori come l’avvio di un confronto con istituzioni e altri soggetti interessati.
La sfida quindi non consiste soltanto nel sostituire una materia prima con un’altra. Una bioeconomia capace di contribuire davvero alla decarbonizzazione deve costruire filiere nelle quali risorse biologiche, sottoprodotti e nutrienti restino il più possibile in circolo. E in questo modello il suolo non rappresenta soltanto il punto da cui provengono molte delle materie prime rinnovabili: è anche il capitale naturale che occorre preservare perché la bioeconomia possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Re Soil Foundation
Blonder1984 CC BY-SA 3.0 Attribution-ShareAlike 3.0 Unported
Gareth James CC BY-SA 2.0 Attribution-ShareAlike 2.0 Generic 



