15 Aprile 2026

Foreste o praterie? Ecco dove si accumula più carbonio

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Uno studio russo ha confrontato le riserve di carbonio organico e azoto in diversi tipi di suolo: a parità di condizioni climatiche, quelli delle praterie ne possono accumulare più dei terreni forestali

di Emanuele Isonio

 

Per anni abbiamo associato l’idea di “serbatoio di carbonio” alle foreste. Alberi, biomassa, accumulo lento e stabile: un’immagine potente, entrata anche nelle politiche climatiche. Ma un nuovo studio coordinato dalla Lomonosov Moscow State University e dal Dokuchaev Soil Science Institute invita a rivedere questo paradigma, spostando l’attenzione sotto i nostri piedi.

Un’analisi comparativa

Pubblicata sulla rivista Forests, la ricerca ha analizzato in modo comparativo le riserve di carbonio organico e azoto nei suoli superficiali di ecosistemi forestali e prativi lungo un ampio gradiente geografico dell’Europa orientale, dalla taiga meridionale fino alla steppa. I ricercatori hanno preso in esame diversi tipi di suolo – dai podzolici ai suoli forestali grigi fino ai chernozem – considerando ecosistemi maturi: almeno 50 anni per le foreste e 30 per le praterie.

Il risultato più sorprendente è che, a parità di condizioni climatiche, i suoli delle praterie possono accumulare più carbonio e azoto rispetto a quelli forestali. Il dato contraddice una convinzione diffusa e che apre interrogativi importanti sulla gestione degli ecosistemi e sulle strategie di mitigazione climatica.

Area di studio e siti di campionamento. FOTO: Zavarzina et al., Forests (2026)

Area di studio e siti di campionamento. FOTO: Zavarzina et al., Forests (2026)

In quali suoli le praterie superano le foreste

Nei suoli podzolici e in quelli forestali grigi, cioè nei contesti più soggetti a lisciviazione, i valori relativi alle praterie superano nettamente quelli delle foreste, indicando uno stock di carbonio più elevato. Nei chernozem, tipici delle steppe, le differenze tra i due ecosistemi si riducono fino quasi ad annullarsi. Il confronto visivo aiuta a cogliere immediatamente un punto chiave dello studio: non esiste un unico modello valido ovunque, ma il comportamento del carbonio dipende fortemente dal tipo di suolo e dalle sue dinamiche.

Nei principali tipi di suolo analizzati, gli ecosistemi prativi mostrano una capacità di accumulo di carbonio organico spesso superiore rispetto a quelli forestali, soprattutto nei suoli soggetti a lisciviazione (podzolici e forestali grigi), mentre nei chernozem le differenze tendono a ridursi. FOTO: Elaborazione Re Soil Foundation su dati Zavarzina et al., Forests (2026)

Nei principali tipi di suolo analizzati, gli ecosistemi prativi mostrano una capacità di accumulo di carbonio organico spesso superiore rispetto a quelli forestali, soprattutto nei suoli soggetti a lisciviazione (podzolici e forestali grigi), mentre nei chernozem le differenze tendono a ridursi. FOTO: Elaborazione Re Soil Foundation su dati Zavarzina et al., Forests (2026)

 

I parametri considerati

Per capire il perché, lo studio è andato oltre la semplice quantificazione delle riserve, analizzando una serie di parametri fisico-chimici e biologici: densità del suolo, pH, contenuto di argilla, biomassa microbica, attività enzimatica (in particolare laccasi e deidrogenasi), abbondanza di batteri e funghi. Ne emerge un quadro complesso, in cui il ruolo delle comunità microbiche e delle interazioni tra materia organica e minerali è decisivo.

Secondo gli autori, nei suoli forestali i microbi tendono a trasformare più intensamente carbonio e azoto, accelerandone il ciclo e riducendo la quota stabilizzata nel lungo periodo. Al contrario, nei sistemi prativi si osserva una maggiore capacità di “fissare” il carbonio nel suolo. Un fattore chiave di questa stabilizzazione è il calcio.

Le praterie presentano generalmente riserve più elevate di calcio rispetto alle foreste. Questo elemento favorisce la formazione di composti stabili attraverso interazioni organo-minerali e, probabilmente, tramite processi biochimici mediati dall’attività della deidrogenasi. In particolare, i ricercatori ipotizzano un ruolo nella formazione di carbonati di calcio di origine pedogenica, che contribuiscono a “sigillare” il carbonio nel suolo, rendendolo meno disponibile alla decomposizione.

Le differenze tra ecosistemi risultano particolarmente marcate nei suoli soggetti a lisciviazione, come i podzolici e i forestali grigi. In questi contesti, la vegetazione arborea tende ad assorbire calcio, riducendone la disponibilità e quindi la capacità del suolo di stabilizzare la sostanza organica. Nei chernozem delle steppe semi-aride, invece, le differenze in termini di accumulo si attenuano.

L’importanza di stabilizzare il carbonio

Il lavoro si inserisce in un dibattito scientifico ancora aperto. È noto che i suoli rappresentano il più grande serbatoio terrestre di carbonio organico, ma la distribuzione di questo carbonio tra ecosistemi e, soprattutto, i meccanismi che ne regolano la stabilità nel tempo sono tutt’altro che definiti. Secondo stime consolidate, circa il 39% del carbonio terrestre è associato alle foreste, mentre le praterie contribuiscono per circa il 34%. Tuttavia, queste percentuali non distinguono tra carbonio facilmente decomponibile e carbonio stabilizzato nel suolo.

Ed è proprio su questo punto che lo studio offre un contributo rilevante: non basta accumulare carbonio, conta soprattutto la sua permanenza. Le interazioni tra materia organica, minerali e microbi – influenzate da elementi come il calcio – possono fare la differenza tra un deposito temporaneo e uno stabile su scala pluridecennale.

Le implicazioni sono tutt’altro che teoriche. In un contesto di cambiamenti climatici e di crescente pressione sugli ecosistemi, comprendere quali sistemi siano più efficienti nel sequestrare carbonio nel suolo può orientare le politiche di uso del territorio, dalla riforestazione alla gestione delle praterie e dei pascoli. Senza dimenticare che il suolo non è solo un serbatoio di carbonio, ma anche la base della fertilità agricola e della sicurezza alimentare.

Il messaggio che emerge è chiaro: la dicotomia “foreste buone, praterie secondarie” è troppo semplificata. Ogni ecosistema ha un ruolo specifico e, in molti casi, le praterie possono essere alleate insospettabili nella lotta al cambiamento climatico. A patto di conoscerle meglio e di gestirle in modo sostenibile.