9 Gennaio 2026

Nel Chianti l’agricoltura sostenibile parla anche coreano

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Fondata nel 2018, la Lighthouse Farm La Scoscesa applica i metodi sviluppati in Oriente per valorizzare suoli complessi, realizzare un’agricoltura originale e di qualità e apportare benefici continuativi all’ecosistema

di Matteo Cavallito

Tutelare una storia, che da queste parti prosegue da oltre mezzo millennio, ma anche vincere una vera e propria sfida ambientale, adattandosi a condizioni non facili e sviluppando un’agricoltura fondata su metodi sostenibili. Sono i traguardi centrati da La Scoscesa, azienda agricola situata sulle colline di Gaiole in Chianti, in provincia di Siena, che, in una zona quasi esclusivamente consacrata alla viticoltura, si dedica, per contro, alla coltivazione di molti prodotti diversi su alcuni terrazzamenti storici risalenti al XV secolo.

“Il nostro progetto agricolo è nato nel 2018, coltiviamo 9 ettari di terreno con 130 metri di dislivello e 5 chilometri di muri a secco”, spiega il titolare Lorenzo Costa. I suoli gestiti non sono dei più semplici: alta presenza di rocce, anche superficiale, basse percentuali di sostanza organica, un pH alcalino e valori molto limitanti di calcare attivo. Ma tutto questo non ha impedito all’azienda di consolidarsi nel tempo.

I principi dell’agricoltura naturale coreana

Attiva su un’area precedentemente abbandonata, La Scoscesa coltiva orticole e zafferano applicando principi agronomici rigorosi fondati su un obiettivo cruciale: la rigenerazione del suolo. Una missione che passa attraverso un’impostazione che viene da lontano. Da molto lontano. “Da circa sette anni applichiamo le tecniche del cosiddetto KNF o Korean Natural farming, l’agricoltura naturale coreana”, ricorda Costa evocando gli elementi principali di un metodo agricolo che si affida al contributo di fattori specifici – microrganismi locali, fermentazioni naturali e input organici – per sostenere le coltivazioni senza ricorrere a fertilizzanti di sintesi e a pesticidi.

“Abbiamo scelto il KNF per una gestione della fertilità del suolo e della salute della vegetazione che si basa sulla fermentazione e sulle macerazioni realizzate con piante che troviamo qua in azienda oltre che sulla cattura e la coltivazione dei microrganismi indigeni”, spiega Costa.

Un insieme di tecniche particolari, dunque, prescritte dal metodo stesso e riconducibili, in generale, a una visione più ampia: quella dell’agroecologia. Ovvero di quella dottrina che, per citare la definizione del suo principale teorico, l’agronomo ed entomologo cileno Miguel Altieri, docente all’Università di Berkeley in California, rappresenta quel punto di incontro tra sapere tradizionale e scienza moderna. Nonché quella “disciplina olistica”, basata sulla correlazione tra la salute del suolo, dell’agricoltura e degli esseri umani.

Pensare all’ecosistema

L’adozione dell’agroecologia come impostazione implica, secondo Costa, una particolare coscienza: quella di “fare agricoltura all’interno di un ecosistema più ampio”. Ne deriva, spiega, “una visione sistemica, un modo di ragionare che connette i diversi elementi e include la scelta di rigenerare il suolo”. Tutto comincia con la gestione dell’acqua piovana con l’obiettivo di contrastare l’erosione in un contesto ambientale non semplice.

A seguire, ogni azione si sviluppa tenendo presente non solo l’esigenza della produzione ma anche il benessere della natura. Due aspetti, di fatto, inscindibili.

“La verità è che rigenerazione non significa solo avere verdure densamente nutrienti o particolarmente buone per noi ma anche fare in modo che a beneficiare di tutto questo siano la flora e la fauna che stanno all’interno di quell’ecosistema”, spiega Costa. “Se vogliamo diventare un progetto capace di ispirare altre persone dobbiamo stabilire cosa vogliamo fare, quali sono le nostre esigenze, quali gli input che possiamo mettere e quali i risultati che vogliamo avere. Ma sempre in un’ottica di sistema”.

Un’azienda faro che racchiude numerose buone pratiche

Parte della rete delle Lighthouse Farms, le aziende faro individuate da Re Soil che si caratterizzano per l’adozione di particolari best practice agronomiche a tutela del suolo, La Scoscesa è una delle imprese che hanno suscitato l’attenzione degli esperti nell’ambito del progetto europeo Prepsoil. Un’iniziativa che ha sviluppato strumenti di mappatura, tassonomia, valutazione e modelli di business per le stesse lighthouses e i living labs.

Operando su terreni marginali recuperati con l’obiettivo di ottimizzare gli spazi, l’impresa adotta diverse buone pratiche come la rotazione di policolture promiscue e complementari per tutelare e aumentare la biodiversità animale e vegetale. Ma non solo.

Accanto all’uso di fertilizzanti organici come fermentati preparati con l’utilizzo di varie specie vegetali, sale, acqua e lettiera del bosco – per riequilibrare la disponibilità di nutrienti, funghi e batteri del terreno – le tecniche impiegate includono l’autoproduzione e l’uso del biochar e l’attenta gestione delle risorse idriche attraverso 19 bacini uniti da un sistema di canali superficiali. Che, grazie alla loro pendenza limitata, guidano e incanalano l’acqua lungo vie preferenziali che evitano l’erosione del suolo.