Chernobyl, uno studio rilancia l’agricoltura nei terreni a bassa contaminazione
Una ricerca che ha coinvolto studiosi britannici e ucraini ipotizza il recupero di vaste aree della zona di Chernobyl dove le coltivazioni sono ufficialmente vietate da quasi 40 anni. Dal 1991 non è mai stata fatta alcuna nuova riclassificazione dei suoli
di Matteo Cavallito
A quasi 40 anni di distanza dal disastro nucleare che ne provocò la diffusa contaminazione, migliaia di di ettari di suoli agricoli situati nel territorio di Chernobyl, nell’Ucraina settentrionale, potrebbero essere nuovamente destinati alle coltivazioni. È l’opinione dei ricercatori dell’Università di Portsmouth e dall’Istituto ucraino di radiologia agraria che, in un recente studio, hanno sviluppato un metodo per la rivalutazione dei terreni abbandonati dopo l’incidente del 1986.
“In Ucraina è necessario rivalutare lo status dei terreni situati al di fuori della Zona di Esclusione e abbandonati negli anni successivi all’incidente”, afferma la ricerca pubblicata sul Journal of Environmental Radioactivity. “Dall’introduzione dei criteri di zonizzazione nel 1991 non c’è stata alcuna riclassificazione dei suoli, anche se la densità della contaminazione da radionuclidi e la mobilità degli isotopi del cesio sono entrambe diminuite”.
Non lontano da Chernobyl si coltiva ancora
Dopo l’incidente del 26 aprile 1986, come noto, le autorità sovietiche disposero – con alcuni giorni di ritardo – l’evacuazione totale della cittadina di Pripjat, il centro urbano più vicino alla centrale di Chernobyl. Tuttora abbandonata, la città ricade nella cosiddetta “zona di esclusione“, un’area di circa 4.200 chilometri quadrati che si colloca intorno al sito nucleare e resta completamente disabitata. Attorno a essa si sviluppano altre due zone di ridotta pericolosità: quella di “reinsediamento volontario”, più esterna e considerata sicura, e quella di “reinsediamento obbligatorio” che, nonostante tutto, non è mai stata abbandonata.
“Nell’area vivono migliaia di persone, ci sono scuole e negozi, ma gli investimenti e l’uso della terra non sono consentiti“, hanno spiegato i ricercatori in una nota diffusa dall’Università di Portsmouth.
Fin dagli Anni ’90 del secolo scorso, proseguono, diversi scienziati hanno sostenuto che i suoli della zona di reinsediamento potessero essere coltivati in sicurezza. Nonostante i divieti, peraltro, nel corso degli anni alcuni agricoltori hanno avviato una produzione non ufficiale che, nel tempo, non si è mai fermata. Quest’ultimo studio, affermano gli autori, “ha dato ragione agli agricoltori: nella maggior parte delle aree è possibile coltivare in modo sicuro”.

La suddivisione del territorio contaminato attorno a Chernobyl: “Zona di esclusione”, “Zona di reinsediamento obbligatorio” e “Zona di reinsediamento volontario garantito”. Immagine: J.T. Smith et al., “A protocol for the radiological assessment for agricultural use of land in Ukraine abandoned after the Chornobyl accident”, Journal of Environmental Radioactivity, aprile 2025, 107698, ISSN 0265-931X, https://doi.org/10.1016/j.jenvrad.2025.107698. Attribution 4.0 International CC BY 4.0 Deed
La ricerca
Gli autori hanno condotto l’indagine su un campo di prova situato nei pressi del villaggio di Mezhiliska, a circa 60 km a sud-ovest del reattore di Chernobyl. Parte della Zona di reinsediamento obbligatorio, questo terreno agricolo è stato utilizzato per diversi anni e, al momento delle rilevazioni, presentava una vegetazione erbacea prevalentemente naturale. In totale, i ricercatori hanno raccolto 19 campioni di suolo all’interno del campo a una profondità di 25 centimetri.
Nel realizzare lo studio, gli scienziati hanno quindi sviluppato un protocollo per valutare livelli di contaminazione e prevedere l’assorbimento di sostanze radioattive da parte di colture comuni come patate, cereali, mais e girasoli.
L’area osservata, è bene sottolinearlo, è circoscritta a soli 100 metri quadri. Le misurazioni effettuate con un dosimetro, in ogni caso, avrebbero restituito risultati incoraggianti. “La modellizzazione dell’assorbimento di radionuclidi in otto colture chiave mostra che il campo in questione potrebbe essere riutilizzato per l’agricoltura conformemente ai limiti normativi previsti dalla legislazione”, spiegano gli autori.
“Valori ben al di sotto dei limiti nazionali”
Nello studio, in particolare, gli scienziati hanno calcolato le concentrazioni nel suolo di alcuni isotopi – cesio 137, stronzio 90, plutonio 239 e 240 – espresse in kilobecquerel (kBq), un’unità di misura della radioattività ovvero della quantità di decadimenti radioattivi che avvengono in un secondo, per chilogrammo. Per il cesio l’intervallo di concentrazione oscilla tra i 2,1 e i 38,8 kBq/Kg; per lo stronzio si va da 0,07 a 2,5; per il plutonio da 0,002 a 0,038.
Questi valori, affermano i ricercatori, “sono ben al di sotto degli attuali livelli ammissibili dalla legislazione nazionale per i contaminanti radioattivi nei terreni agricoli e non rappresentano un pericolo radiologico per la popolazione in presenza di un adeguato controllo sull’utilizzo del suolo”.
Secondo Jim Smith, docente della University of Portsmouth e co-autore della ricerca, i risultati consentono ora di riportare “alla produzione validi terreni agricoli garantendo al contempo la sicurezza dei consumatori e dei lavoratori“. Questa ipotesi dovrà essere ovviamente valutata con cautela. Ma lo studio, in ogni caso, potrebbe aprire la strada al recupero potenziale di vaste aree agricole sia in Ucraina sia in altre regioni del mondo caratterizzate da una contaminazione radioattiva a lungo termine.

Foto: Jorge Franganillo Attribuzione 2.0 Generico CC BY 2.0 Deed
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