23 Febbraio 2026

Lo stop al pascolo riduce la presenza di carbonio stabile nelle praterie

Secondo una ricerca britannica le praterie non pascolate accumulano nel suolo una maggiore quantità di carbonio a vita breve nel confronto con quelle in cui è presente il bestiame. Ma registrano anche livelli più bassi di elemento stabile

di Matteo Cavallito

L’allontanamento del bestiame dalle praterie potrebbe compromettere lo stoccaggio a lungo termine del carbonio nel suolo. Un effetto collaterale che metterebbe in discussione la validità stessa di questa strategia storicamente concepita come strumento di mitigazione climatica. L’ipotesi è stata presentata dall’Università di Manchester che, uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha evidenziato come la rimozione dei pascoli faccia sì aumentare l’accumulo di carbonio a ciclo rapido immagazzinato nelle piante e nella vegetazione morta ma determini anche la perdita della forma più stabile dell’elemento organico nel terreno. Con un impatto negativo sul clima a lungo termine.

L’importanza di un carbonio stabile

“L’allontanamento del bestiame dai pascoli storici è spesso proposto come strategia chiave per far aumentare il carbonio organico nel suolo e mitigare gli effetti del cambiamento climatico”, si legge nello studio. “Tuttavia, non ci sono ancora valutazioni precise su come l’esclusione del bestiame influisca sui depositi dell’elemento nel terreno a diversi livelli di stabilità, dato che la maggior parte degli studi si concentra sull’ammontare totale invece che sulla distribuzione tra accumuli a ciclo veloce e riserve più stabili a ciclo lento”.

Queste ultime, in particolare, sono costituite dal cosiddetto carbonio organico associato ai minerali (MAOC) del suolo che può persistere molto a lungo e ha quindi un ruolo fondamentale per la mitigazione.

Le praterie conservano a oggi circa un terzo del carbonio terrestre del Pianeta. E sono soggette alle differenti dinamiche dell’elemento e all’impatto del bestiame. “Sebbene un’elevata intensità di pascolo possa influire negativamente sul carbonio nel suolo”, spiega in una nota Luhong Zhou, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Università di Manchester, “i risultati del nostro studio dimostrano che l’esclusione totale dei pascolatori non porta necessariamente a un maggiore stoccaggio di carbonio nel suolo a lungo termine”.

La cessazione del pascolo cambia la vegetazione: aumenta la concentrazione di arbusti con micorrize ericoidi e diminuisce quella delle graminacee. Questo fenomeno rende la lettiera più resistente alla decomposizione, fa aumentare l’umidità del suolo e diminuire la protezione minerale impattando sui processi microbici. Ne derivano un aumento del carbonio a ciclo veloce e una riduzione di quello stabile a lungo termine. Fonte: L. Zhou, S. Liu, M. Schrama, D. Ashworth, & R.D. Bardgett, Grazer exclusion is associated with higher fast-cycling carbon pools but lower slow-cycling mineral-associated carbon across grasslands, Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. 123 (6) e2512048123, https://doi.org/10.1073/pnas.2512048123 (2026), Created with BioRender.com. Attribution 4.0 International CC BY 4.0 Deed

La cessazione del pascolo cambia la vegetazione: aumenta la concentrazione di arbusti con micorrize ericoidi e cala quella di graminacee. Questo fenomeno rende la lettiera più resistente alla decomposizione, fa aumentare l’umidità del suolo e diminuire la protezione minerale impattando sui processi microbici. Ne derivano un aumento del carbonio a ciclo veloce e una riduzione di quello stabile a lungo termine. Fonte: L. Zhou, S. Liu, M. Schrama, D. Ashworth, & R.D. Bardgett, Grazer exclusion is associated with higher fast-cycling carbon pools but lower slow-cycling mineral-associated carbon across grasslands, Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A. 123 (6) e2512048123, https://doi.org/10.1073/pnas.2512048123 (2026), Created with BioRender.com. Attribution 4.0 International CC BY 4.0 Deed

Lo studio

Nel corso della ricerca, che ha coinvolto anche le università di Lancaster (Regno Unito), Yale (USA), Fujian (Cina) e Leida (Paesi Bassi), gli autori hanno esaminato 12 siti di praterie di montagna su un gradiente sud-nord di 800 chilometri nel Regno Unito, dall’altopiano di Dartmoor, nel sud-ovest dell’Inghilterra, fino alla zona di Glensaugh, in Scozia. In ogni sito, hanno confrontato i terreni che non erano soggetti alla presenza del bestiame da più di dieci anni con le aree vicine che erano state pascolate da greggi di pecore durante quel periodo.

In questo modo hanno scoperto che le praterie non pascolate tendevano ad accumulare più carbonio a vita breve nella biomassa vegetale e nei detriti superficiali. Ma contenevano, al tempo stesso, livelli più bassi di carbonio organico associato ai minerali.

“Nonostante l’effetto positivo dell’esclusione dei brucatori sui pool di carbonio particolato a ciclo rapido, i nostri risultati rivelano un effetto negativo concomitante sul carbonio organico a ciclo lento associato ai minerali, che rappresenta la frazione più stabile dell’elemento che resiste alla decomposizione microbica e per questo può persistere nel suolo per decenni o secoli”, nota lo studio. Nel confronto con i suoli calpestati dal bestiame, nello specifico, nei terreni non pascolati “la concentrazione di elemento stabile era mediamente inferiore di 6,44 grammi per chilo di terreno mentre la presenza del particolato risultava effettivamente superiore ma non in modo significativo”.

Il ruolo dei funghi

Determinanti, spiegano gli autori, sono i cambiamenti che avvengono nella vegetazione a seguito della rimozione delle pecore al pascolo. L’erba, un tempo prevalente, viene sostituita in parte dalla diffusione di arbusti come l’erica le cui radici formano associazioni con un fungo specializzato chiamato micorriza ericoide. Questi funghi rallentano la decomposizione dei detriti vegetali, causando un aumento della produzione di carbonio a breve durata.

Inoltre, essi stimolano la decomposizione del carbonio più vecchio e più stabile nel suolo per poter estrarre sostanze nutritive.

I terreni più umidi, infine, possono anche indebolire ulteriormente i minerali che normalmente aiutano a proteggere il carbonio organico associato ai minerali. La ricerca, insomma, evidenzia “la necessità di considerare la presenza del carbonio non solo in termini di quantità ma anche di stabilità ”. Suggerendo, ricordano gli scienziati, di ricorrere a soluzioni adatte a proteggere le forme più stabili di carbonio che includono, ad esempio, il mantenimento di un pascolo a bassa intensità nelle praterie.