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Non c’è transizione ecologica senza bioeconomia

Presentato il manifesto della European Circular Bioeconomy Policy Initiative, cui aderiscono università, centri di ricerca e aziende europee. Una strategia in cinque punti per aiutare il futuro economico europeo. Filo conduttore: la rigenerazione del suolo e lo sviluppo della bioeconomia

di Matteo Cavallito

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L’Europa della transizione ecologica non può fare a meno della bioeconomia circolare. Un approccio essenziale per garantire un miglior uso delle risorse che, tuttavia, non si è ancora adeguatamente concretizzato. È il messaggio chiave emerso nel corso della presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI). “Il tempo sta scadendo, abbiamo necessità di rigenerare il nostro suolo ma siamo ancora lontani dagli obiettivi” commenta David Newman, managing director della stessa organizzazione. Il materiale biogenico, spiega, resta una risorsa essenziale per la salute dei terreni ma ad oggi riusciamo a intercettarne solo il 2% del totale. Un’accelerazione, insomma, è più che mai necessaria.

In azione per la bioeconomia

Il recupero delle risorse è fondamentale. Ma la bioeconomia circolare nel suo insieme resta un fenomeno più complesso. Lo evidenzia lo stesso Manifesto promosso da ECBPI che ha già raccolto l’adesione di 26 enti tra università, centri di ricerca e imprese. Cinque i punti essenziali:

  1. superare l’idea di una crescita (economica) illimitata;
  2. produrre materiali e manufatti progettando al tempo stesso il loro ciclo di vita e le politiche per gestire al meglio quest’ultimo;
  3. fermare il degrado e l’inquinamento dell’ambiente e del suolo;
  4. creare sistemi economici rigenerativi e trasformativi innescando un cambiamento culturale per “fare di più con meno”;
  5. cambiare il modello di consumo scegliendo un nuovo approccio circolare. Perché – spiega ancora Newman – “sostituire i materiali di origine fossile con la materia rinnovabile non è sufficiente per generare un vero cambio di paradigma”.
Europa al lavoro

Dalla Strategia per il suolo “Healthy Soil for Healthy Life” alla “Farm to Fork Strategy” passando per la nuova Regolamentazione per l’uso dei terreni e delle foreste. Il biennio 2021-22 potrebbe essere decisivo. “Le opportunità per concretizzare gli obiettivi della bioeconomia circolare non mancano” spiega Roberto Ferrigno, membro del consiglio dell’Institute for European Environmental Policy. Intervenire sul fronte energetico per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera è essenziale ma non può essere sufficiente. Se si vogliono raggiungere gli obiettivi climatici occorre puntare anche sulla carbon sequestration. Ovvero sulla capacità di ritenzione del biossido di carbonio da parte dei terreni. Proprio per questo, spiega ancora Ferrigno, “occorre riportare al centro il suolo e fermare la deforestazione”. Ma anche, aggiunge, “rivedere la Direttiva UE sui pesticidi”, sostituendo quelli di origine chimica con prodotti naturali.

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Suolo e bio-waste, legame essenziale

Al cuore di queste iniziative c’è la valorizzazione del bio-waste, ovvero dei rifiuti biologici. Un’opportunità “da sviluppare a livello locale”, nota Florian Amlinger, direttore della società austriaca Compost – Consulting & Development, sottolineando il ruolo della partecipazione delle comunità e l’importanza delle specificità di ogni territorio. Ma anche un segnale di cambio di paradigma.

“Per anni abbiamo guardato ai rifiuti biologici in termini di problema di smaltimento, oggi li vediamo come una risorsa” suggerisce Percy Foster, direttore della società di consulenza irlandese Foster Environmental. Restituire il bio-waste al suolo in un’ottica circolare significa infatti contribuire alla sua salute e alla sua performance (dalla fertilità alla stessa carbon sequestration). Ma l’operazione, alla base del compostaggio, non è scontata. In primo luogo “occorrerebbe fissare degli obiettivi precisi di recupero (in percentuale sul totale dei rifiuti, ndr) come quelli che già esistono per i rifiuti plastici” prosegue Foster. In secondo luogo, occorre evitare la contaminazione del bio-waste stesso, un fenomeno diffuso che tende a vanificare in molti casi gli sforzi per la valorizzazione degli scarti.

L’economia circolare fa bene…

Il terreno dunque ha un ruolo essenziale. “Se pensiamo alla bioeconomia come a un edificio, ecco che il suolo può essere visto come le sue fondamenta” spiega Alessio Boldrin, professore associato della Technical University of Denmark. Il mercato potrebbe diventare in questo senso un punto di riferimento. “Ogni volta che sviluppiamo nuove tecnologie e soluzioni dobbiamo dotarci di un business plan” evidenzia Sergio Ponsá Salas, direttore del BETA Tech Center della Universitat de Vic – Universitat Central de Catalunya. Ovvero, “dobbiamo chiederci se queste possano trovare spazio nel mercato e se siano compatibili con le politiche e le regolamentazioni in atto”.

…all’economia

Ma ecco che una domanda sorge spontanea: che ne è del rischio economico? È possibile che le restrizioni imposte dalla transizione ecologica impattino negativamente sulla crescita economica? Nel breve periodo i Paesi che dipendono molto dal fossile potrebbero patire gli effetti del cambiamento, per questo l’Unione europea ha già stanziato 150 miliardi di sostegno attraverso il Just Transition Mechanism che sarà attivo da qui al 2027. Le opportunità in ogni caso sono evidenti. “Il 37% delle risorse del Recovery sono rivolte all’ambiente” ricorda Roberta De Santis, docente di Politica Economica presso la LUISS di Roma. Senza contare che la stessa bioeconomia, ha ipotizzato nel 2018 la Commissione europea, potrebbe creare un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Luca Mercalli: “Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima”

Il meteorologo e climatologo a Re Soil Foundation: l’importanza del suolo è ancora ampiamente sottovalutata. Serve una grande campagna di informazione sul suo valore e una legge che finalmente lo difenda

di Emanuele Isonio

Ascolta “Intervista a Luca Mercalli: "Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima"” su Spreaker.

“Rispetto ad altri fenomeni connessi con i cambiamenti climatici, la questione del degrado del suolo è ancora oggi decisamente sottovalutata dall’opinione pubblica e dagli amministratori locali e nazionali. Il suolo è considerato solo come un supporto o per parcheggiarci la macchina o per farci attività di business legate ai capitali immobiliari o di grandi infrastrutture. C’è una grandissima incapacità di rendersi conto del suo valore e dell’irreversibilità del suo consumo: il suolo, una volta perso, è perso per sempre”. Meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico accademico, Luca Mercalli è uno dei volti più noti, che ha portato al grande pubblico questioni cruciali come i cambiamenti climatici, il legame tra tutela ambientale e salute, la transizione ecologica (oggi è di gran voga ma sulle bocche degli addetti ai lavori risuona da decenni…).

Professor Mercalli, ci spiega innanzitutto che legame esiste tra cambiamenti climatici e impoverimento del suolo?

Il suolo ha molto a che fare con il clima per i numerosi servizi ecosistemici che offre. Ci sono relazioni tra le emissioni di CO2 climalteranti, a partire dal fatto che le piante metabolizzano la CO2 dell’atmosfera e la stoccano nel legno e nella sostanza organica degli strati più superficiali del suolo, quella più preziosa e fertile. Se noi cementifichiamo una superficie di terreno, togliamo la possibilità alle piante di sottrarre CO2 dall’atmosfera e restituiamo addirittura anche quella già contenuta nella sostanza organica del suolo. Quindi il danno è doppio.

C’è poi una relazione con l’acqua: sigillando un suolo, impediamo l’infiltrazione in falda. Quindi da un lato abbiamo meno acqua per gli usi idropotabili e dall’altra aumentiamo i rischi di alluvioni, rese già più frequenti a causa delle piogge intense causate dai cambiamenti climatici. I suoli più impermeabilizzati smaltiscono ovviamente meno l’acqua.

Poi c’è la questione del comfort urbano: i suoli sigillati aumentano le isole di calore nei periodi estivi, durante le grandi ondate di calore africano. Quando abbiamo delle zone verdi, invece, c’è una riduzione della temperatura offerta dall’evapotraspirazione del fogliame. Togliendo superfici verdi, quindi aumentiamo il disagio in termini di comfort termico estivo.

C’è poi ovviamente tutto il tema legato alla biodiversità: quando togliamo suolo, eliminiamo tutto il capitale di vita microscopica contenuta in esso. E questo non può che impoverire l’ambiente.

Ci sono territori più interessati da questo fenomeno e quindi in maggiore pericolo?

Il problema è globale. Ovunque nel mondo c’è un assalto al suolo dovuto all’aumento esponenziale di aree urbane, infrastrutture, di attività minerarie e di una cattiva agricoltura: quest’ultima, sebbene non distrugga per sempre il suolo, lo impoverisce moltissimo aumentandone l’erosione. Chiaramente, la perdita di suolo per cementificazione è la peggiore perché irreversibile. In questo senso, l’Italia è tra i Paesi più esposti: ormai abbiamo cementificato l’8% del territorio nazionale e per di più nelle zone di maggior pregio. Le aree di pianura, scelte per gli insediamenti urbani e industriali, sono quelle con i suoli più preziosi.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

Si può dire quindi che se non curiamo il suolo non possiamo vincere la sfida del clima?

Certo: sono tutti temi collegati tra loro. Perdere il suolo significa perdere la capacità di produrre cibo, oltre che non poter compensare in parte il cambiamento climatico. Ma il suolo è un fattore chiave, così come lo sono tante altre cause.

Quali azioni per il futuro pensa quindi siano più urgenti ed efficaci per contrastare il degrado del suolo?

La prima è proprio una funzione di comunicazione e di educazione. Se i cittadini non comprendono il valore del suolo, è ovvio che non si impegneranno nemmeno per ridurne il degrado. Sistema scolastico, governo e tutti gli istituti formativi dovrebbero iniziare una forte campagna di informazione. E poi è urgente una legge a tutela del suolo: la proposta di legge langue da troppo tempo in Parlamento (dal febbraio 2020 è ferma all’esame congiunto delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato, ndr). Evidentemente prevalgono altri interessi e a quanto pare nessuno la vuole varare, per fare in modo che da subito diventi efficace una effettiva difesa del suolo che ci rimane.

La Ue ha indicato la salute del suolo come obiettivo di una delle 5 mission avviate all’interno del programma Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione: questa scelta va nella direzione giusta? E sono realistici i target che propone (riportare entro il 2030 almeno il 75% dei suoli di ogni stato membro dell’UE in salute)?

Temo che siano dei semplici auspici. Abbiamo purtroppo visto che la legge per la difesa del suolo è fallita anche a livello europeo. Non è la prima volta che si tenta di far approvare dall’Europarlamento quella norma ma poi gli effetti non si vedono.

Un’ultima domanda sull’attualità stretta: ha suscitato molto dibattito la scelta del neopremier Mario Draghi di creare un ministero della Transizione ecologica, al posto del tradizionale ministero dell’Ambiente. Il suo perimetro di azione verrà ampliato, attribuendogli deleghe finora assegnate ad altri dicasteri. Come valuta questa scelta? Aiuterà a orientare le politiche pubbliche in favore di una maggiore sostenibilità delle attività produttive e di una riduzione degli impatti ambientali?

Nuovamente, sulla carta ci sono dei propositi, sulla realtà giudicheremo. Avverto soltanto che il ministro che è stato scelto è un tecnologo: all’interno della transizione ecologica non vedo mai le professionalità che dei problemi ambientali si occupano. Avrei visto bene un pedologo, ovvero un esperto di scienza dei suoli a capo di un dicastero del genere. Così come un climatologo o un biologo: insomma una figura che si occupa delle scienze del sistema Terra. Io non conosco l’attuale ministro, ho semplicemente letto il suo curriculum. Ma vedo che sostanzialmente è un tecnologo. Mi pare che si assuma un approccio diverso: non dalla parte dell’ambiente ma dalla parte di una tecnologia che voglia essere un po’ più rispettosa dell’ambiente. Le due cose sono però molto diverse. Di tecnologi e di “sviluppisti” ne abbiamo già abbastanza.

“Uniti per la salute dei suoli “. Alla scoperta della mission Ue

Boom di iscrizioni (oltre mille) all’incontro di mercoledì 24 febbraio organizzato dal Ministero dell’Università per presentare i dettagli della Mission Soil della Ue. Obiettivo: invertire la rotta di degrado e cattiva gestione che colpisce attualmente oltre il 60% dei suoli continentali

di Emanuele Isonio

 

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Fondamentale, eppure ancora sottovalutato. Vittima di un pericoloso degrado, ma tutt’oggi poco considerato nelle politiche pubbliche. La fonte dalla quale deriva il 95% del nostro cibo è in pericolo. Nonostante ciò, le azioni utili a invertire la rotta sono molto indietro rispetto a quelle che frenano l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. I dati sulla salute del suolo italiano ed europeo sono decisamente preoccupanti: il 60-70% è compromesso a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. Nell’Unione europea si contano quasi 3 milioni di potenziali siti contaminati (solo il 24% inventariato) con gravi rischi per la salute. Gli apporti di nutrienti nei terreni agricoli sono a livelli di rischio di eutrofizzazione di suolo e acque, con potenziali pesanti ripercussioni sulla biodiversità. I terreni coltivati perdono carbonio ad un tasso dello 0,5% all’anno.

Problemi urgenti che si legano a danni economici altrettanto ingenti: i costi associati al degrado del suolo nell’Unione europea superano infatti i 50 miliardi di euro all’anno. Non è un caso che la Ue abbia quindi deciso di varare una strategia ad hoc per tentare di invertire la rotta. Obiettivo: garantire che entro la fine dell’attuale decennio, il 75% dei suoli europei sia sano e in grado di fornire servizi ecosistemici essenziali come la fornitura di cibo e altra biomassa, sostenere la biodiversità, immagazzinare e regolare il flusso di acqua o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il traguardo è naturalmente cruciale per il benessere dei cittadini europei dei prossimi decenni.

Il programma dell’incontro

Per presentare nel dettaglio la Mission Soil Health and Food, mercoledì prossimo il ministero dell’Università organizzerà un incontro online,”Caring for soil is caring for life”, in collaborazione con l’APRE, Agenzia per la Promozione della Ricerca europea (la partecipazione è gratuita, previa iscrizione all’evento). Quanto inizi a essere sentito il tema lo dimostra il vero boom di iscrizioni alla piattaforma per seguire l’incontro: oltre 1000.

Tra i relatori che interverranno: Marco Falzetti, direttore dell’APRE, Catia Bastioli, membro del Board della Mission Soil; Angelo Riccaboni, delegato italiano alla mission; Giuseppe Corti, presidente Società Italiana di Pedologia; Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana; Debora Fino, presidente della Fondazione Re Soil; Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Nazionale.

L’importanza di sensiblizzare cittadini e stakeholder

“Questo evento rappresenta un momento divulgativo estremamente importante per sensibilizzare la cittadinanza, le istituzioni, le associazioni, il mondo della ricerca, dell’industria e dell’agricoltura sull’importanza di definire, ora, azioni concrete e per co-creare opportunità di sviluppo che includano un suolo sano per la natura, le persone e il clima” commenta Catia Bastioli. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali della Mission Soil Health and Food, per fare in modo che un bene così prezioso e a rischio come il suolo non sia più dato per scontato”. Analisi condivisa dal neoministro dell’Università e Ricerca, Cristina Messa, che sottolinea il legame diretto tra la Mission Soil e il futuro del nostro Paese, a partire da sistemi agroalimentari più competitivi. “Per questi motivi – spiega Messa – il Programma Nazionale per la Ricerca supporterà lo sforzo della Missione europea, promuovendo le attività di ricerca e innovazione e favorendo la cooperazione tra ricerca, imprese, cittadini e istituzioni”.

Il fattore innovazioni tecnologiche

L’obiettivo che si è data la Ue è ovviamente molto ambizioso. Per centrarlo, sarà decisiva la stretta collaborazione a diversi livelli. “L’adozione di innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali da parte delle nostre imprese agroalimentari e delle nostre comunità può dare un contributo fondamentale per affrontare i gravi problemi dei suoli italiani” spiega Angelo Riccaboni.

Cinque mission per l’Unione europea del futuro

La mission Soil Health and Food è solo una delle cinque che l’Unione europea ha recentemente varato e sono parte integrante del programma quadro Horizon Europe a partire da quest’anno: impegni per risolvere alcune delle più grandi sfide che il nostro mondo deve affrontare e che saranno al centro del processo di trasformazione, e di ripresa, che è in corso in tutta Europa.Oltre a garantire la salute del suolo e il cibo, si pongono l’obiettivo di combattere il cancro, adattarsi ai cambiamenti climatici, proteggere gli oceani e vivere in città più verdi.

Le missioni contribuiranno in modo decisivo agli obiettivi del Green Deal europeo e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ognuna di esse opererà come un portafoglio di azioni – come progetti di ricerca, misure politiche o anche iniziative legislative – per raggiungere un obiettivo misurabile che non potrebbe essere raggiunto attraverso azioni individuali.

“Ecco le tecnologie che possono aiutarci a vincere la sfida del suolo sano”

Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation: l’importanza di avere un suolo in salute è ancora troppo sottovalutata. Le competenze dei tecnici possono ispirare politiche lungimiranti che contrastino degrado e desertificazione

di Emanuele Isonio

 

“Abbiamo imparato nei decenni a prenderci cura dell’aria e dell’acqua con precise norme e tecnologie che prevengono e abbattono l’inquinamento. Per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”. Debora Fino è una docente (di ingegneria chimica) del Politecnico di Torino. Il suo ateneo, insieme all’università di Bologna, a Coldiretti e a Novamont hanno creato da qualche mese la Re Soil Foundation. E proprio lei, da pochi giorni, è stata scelta per guidarla.

Professoressa Fino, perché avete deciso di creare una Fondazione per il Suolo?

Re-Soil Foundation nasce per fornire al legislatore un supporto competente per impostare politiche di tutela della fertilità dei nostri suoli, per preservarla. Questo comporta necessariamente che parte del carbonio che “ricicliamo”, dai rifiuti organici e dallo stesso sequestro e riconversione della CO2 dall’atmosfera, deve essere resistuito ai terreni, pena il loro degrado. Tale degrado in questo frangente storico è accelerato dai cambiamenti climatici che portano desertificazione.

La Ue ha inserito proprio il suolo tra le 5 mission incluse nel programma Horizon Europe. La Fondazione Re Soil come declinerà gli obiettivi di questa missione a livello italiano?

La Fondazione certamente potrà svolgere un ruolo di catalizzatore per quelle competenze italiane che sono in grado di sviluppare nuove tecnologie per la tutela dei suoli in risposta alle future call europee del Green New Deal. Allo stesso modo potranno essere valorizzati molti siti di grande interesse nel nostro Paese come teatri di sperimentazione di queste tecnologie. Pensiamo ad esempio al contrasto della desertificazione in aree come la Sicilia, oppure al continuo miglioramento della qualità dei suoli in zone di produzioni agroalimentari di grande qualità.

Avere un suolo “qualificato” su concrete basi scientifiche potrà diventare un plus sotto il profilo commerciale.

Per riuscirci, pensa che sia necessaria un’attività di sensibilizzazione sul suolo per indirizzare le politiche più corrette? E a quali livelli?

I livelli sono molteplici. Dal ministero dell’Agricoltura al neonato ministero della Transizione ecologica, a quelle locali promosse dalle Regioni. Oggi la percezione di quella che è l’importanza di un suolo per la produzione in qualità di un prodotto è scarsa. Ancora minore è la consapevolezza del fatto che se un suolo viene trascurato, negli anni si deteriora irreversibilmente. Occorre previdenza e lungimiranza che proprio una azione pre-normativa illuminata può ispirare a chi è tenuto a legiferare e stabilire politiche di indirizzo.

Quanto è sviluppata, in base alla sua percezione, la sensibilità sull’importanza del tema suolo tra opinione pubblica, stakeholder e amministratori pubblici?

Come le dicevo, molto meno di quanto oramai abbiamo capito l’importanza della tutela dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo. Forse perché in questi casi c’è una diretta correlazione tra la nostra salute e quella di questi fondamentali contesti. Nelle città più inquinate si stimano in svariate migliaia i morti legati all’inquinamento dell’aria. In questo campo norme precise hanno portato o stanno portando a veri e propri cambi di paradigma nella società: pensiamo alla mobilità sostenibile o all’uso di fonti energetiche rinnovabili.

Al di là del suo nuovo ruolo nella Re Soil Foundation lei è soprattutto una docente del Politecnico di Torino: la tecnologia può dare una mano per combattere la battaglia in favore del suolo?

Certamente, la tecnologia oggigiorno è sempre fondamentale. In questo settore amo definirla un acceleratore degli effetti di meccanismi naturali. Certamente lo sviluppo di bioplastiche che combinino ottime resistenze meccaniche a biodegradabilità in condizioni ambiente potrà essere di grande utilità. Questo favorirebbe la produzione di compost (ammendante agricolo ottenuto con processi biotecnologici da rifiuti organici) di grande qualità. D’altra parte i rifiuti organici o gli sfalci agricoli possono essere trattati termo-chimicamente così da generare al contempo combustibili rinnovabili e un residuo solido a base di carbone (noto come biochar) che può essere indirizzato ad uso di integratore della composizione dei suoli. Come sempre le tecnologie possono proporre svariati approcci che nei diversi contesti portano a scelte applicative diverse.

Quali sono le tecnologie più promettenti ed efficaci per recuperare la capacità di assorbimento della CO2 dei suoli?

Innanzitutto la fotosintesi è il meccanismo principe con cui la natura cattura questa molecola per convertirla in materia organica, che poi, almeno in quota parte deve essere lasciata nei suoli. D’altra parte, si può intervenire con molte tecnologie (chimiche, elettrochimiche, biologiche e non solo) per catturare e convertire l’anidride carbonica da fumi di combustione o altre correnti concentrate. Un libro che consiglio come lettura su questo tema è “Chimica Verde 2.0: Impariamo dalla natura come combattere il riscaldamento globale” di Guido Saracco edito da Zanichelli. Tratta delle tecnologie che sono sviluppate dalla sede torinese dell’Istituto Italiano di Tecnologia, un’eccellenza nel settore.

Come è messa l’Italia quanto a ricerche di tecnologie applicate al benessere dei suoli?

Se è vero che, dati ISPRA alla mano, il nostro Paese vede un quarto dei suoi suoli in degrado, è altresì vero che le risorse e le azioni intraprese per combattere attivamente questa minaccia sono nettamente in crescita. Negli ultimi due anni, l’Italia insieme a Portogallo, Ucraina e Turchia ha ricoperto il ruolo di pioniere nell’implementazione efficace delle Linee Guida Volontarie per la Gestione Sostenibile del Suolo (VGSSM) approvate e promosse dalla FAO nel 2016. Questo si è riflesso non solo ispirando iniziative proposte dai policymakers a livello nazionale e regionale, ma anche rendendo il nostro paese scenario di numerosissimi progetti.

I dati parlano chiaro: la branca inerente alla sostenibilità e la produttività dell’agricoltura dell’European Innovation Partnership (EIP-AGRI) riporta che sono stati più di 450 i finanziamenti in Italia in campo agricolo e selvicolturale finalizzati alla ricerca tecnologica ed alla creazione di gruppi operativi. Il networking fra di essi costituisce indubbiamente un elemento cardine per portare soluzioni efficaci. In parallelo, anche i programmi Life sponsorizzati dalla Commissione europea sono una strepitosa occasione per portare contributi significativi sul miglioramento della salute del suolo.

Ci sono best practice particolarmente significative?

Cito due esempi illustri “Made in Italy”: il primo è soil4life, un programma attualmente in corso finalizzato a introdurre attivamente le linee guida sopracitate per l’uso sostenibile del suolo. Il secondo è Life HelpSoil, un piano già concluso con successo, finalizzato all’applicazione dell’agricoltura conservativa. I suoi principi, basati su rotazione delle colture e lavorazioni minime del terreno, sono sicuramente un’ottima proposta di “best practice” per il futuro.

Strategia per il suolo, l’Unione europea dà la parola ai cittadini

È iniziato il trimestre dedicato alla raccolta dei pareri dell’opinione pubblica attraverso una consultazione aperta. Biodiversità decisiva per la salute del suolo. Mentre la Missione Ue arriva in Italia

di Matteo Cavallito

 

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C’è tempo fino al 27 aprile per partecipare alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Ue sulla Strategia per il Suolo (EU Soil Strategy). L’iniziativa, che si affianca ad altre operazioni analoghe sui temi della sostenibilità ambientale punta a coinvolgere “cittadini e organizzazioni chiamate a fornire il loro contributo all’elaborazione della Strategia condividendo le proprie opinioni sulle azioni da intraprendere e i potenziali obiettivi”. La tutela del suolo, ha più volte ribadito la Commissione, è considerata prioritaria nell’ambito del Green Deal.

Senza tutela del suolo a rischio gli obiettivi UE

La tesi è nota da tempo. “In assenza di una politica coerente e ad ampio raggio di protezione del suolo, la Ue rischia non raggiungere i suoi obiettivi internazionali e di fallire nell’implementazione del Green Deal stesso” spiega la Commissione facendo propria la tesi già espressa dall’Agenzia Ambientale Europea. Nel Vecchio Continente – dove in meno di 10 anni, i terreni con un’elevata o altissima sensibilità alla desertificazione sono aumentati di quasi 180.000 km2 – il degrado del suolo desta comprensibile allarme. Desertificazione, cementificazione, contaminazione ed erosione sono solo alcune delle principali minacce conclamate. La lista delle conseguenze è altrettanto inquietante. E comprende, come noto, l’aumento delle emissioni di CO2, il dissesto idrogeologico, la perdita di servizi ecosistemici e un rischio in termini di sicurezza alimentare.

Biodiversità al centro della Strategia

All’inizio di quest’anno, il piano Ue per il suolo è stato fatto proprio dalla Strategia europea per la Biodiversità (EU Biodiversity Strategy for 2030). Una scelta inevitabile, lascia intendere il Commissario all’Ambiente di Bruxelles Virginijus Sinkevičius. “Nel suolo è presente un quarto della biodiversità del Pianeta” ha dichiarato. “Dobbiamo dotare l’Unione europea di una solida politica del suolo che ci permetta di raggiungere i nostri ambiziosi obiettivi di clima, biodiversità e sicurezza alimentare”. Collocare la tutela della biodiversità al centro della strategia significa anche accogliere l’appello della FAO che, da tempo, invoca iniziative coordinate sul tema a livello globale. Negli anni, per altro, la UE ha sottoscritto in tal senso una serie di accordi internazionali, a cominciare dalla UN Convention for Biological Diversity redatta nel 1992.

La Missione UE in Italia

Proposta dal Mission Board Soil Health and Food, la Missione Ue Caring for soil is caring for life si pone un obiettivo ambizioso: ricondurre alla salute 3/4 dei terreni europei entro il 2030. Il tema sarà al centro di un incontro online destinato al pubblico italiano e in programma il prossimo 24 febbraio dalle 9.30. L’evento, organizzato dal Ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con APRE (Agenzia della Promozione della Ricerca Europea), il Santa Chiara Lab dell’Università di Siena e la Fondazione Re Soil, punta a “creare consapevolezza circa gli obiettivi e gli sviluppi della Missione”. Ma anche ad avviare un dialogo tra gli attori chiamati a collaborare nel percorso verso la gestione sostenibile del suolo. Una lista che comprende ricercatori, policy maker, operatori dell’industria e cittadini.

Agricoltura biologica, l’Italia trascina la Ue (e la CO2 assorbita triplica)

L’Italia resta un punto di riferimento per l’agricoltura biologica del Vecchio Continente. Crescono la superficie coltivata, le aziende e i consumi. Cala l’uso dei pesticidi. Che, tuttavia, pesano ancora per 54mila tonnellate

di Matteo Cavallito

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1,99 milioni di ettari. Come dire circa 20mila chilometri quadrati o, se preferite, un’area più o meno equivalente all’estensione della Slovenia: è la misura complessiva del suolo italiano soggetto ad agricoltura biologica. Un dato impressionante, pari al doppio della cifra rilevata dodici anni fa, che certifica il ruolo centrale di un settore in crescita. In un’Europa sempre più attenta ai benefici delle coltivazioni bio per la tutela del suolo, insomma, l’Italia continua registrare numeri incoraggianti. Alla fine dello scorso anno, nel settore, si contavano più di 80.600 aziende con una crescita del 2% sul 2018.

Pesticidi ancora diffusi… ma in calo

I numeri sono stati ripresi in queste settimane dall’ultimo rapporto di Legambiente sull’uso dei pesticidi nella Penisola. La diffusione dell’agricoltura biologica, lasciano intendere i dati diffusi dall’organizzazione, si accompagna a un calo dell’impiego di questi ultimi. Dal 2015 al 2018, in particolare, il loro utilizzo si è ridotto del 14%, trascinato dal calo delle sostanze attive autorizzate contenute nei fitofarmaci. Un trend positivo, dunque, ma che ancora non autorizza particolari celebrazioni. Con 54mila tonnellate di fungicidi, erbicidi, insetticidi e acaricidi impiegati in agricoltura, l’Italia, scrive Legambiente, “si riconferma terza potenza europea per maggior consumo di questi prodotti, preceduta da Francia (84.969 tonnellate in un anno) e Spagna (61.343)”. E anche gli obiettivi fissati dalla Commissione europea nella strategia “Dal produttore al consumatore” sono ben più ambiziosi: l’uso di pesticidi dovrà calare del 50% da qui al 2030.

Italia leader Ue

Sul fronte dell’agricoltura biologica, in ogni caso, l’Italia resta uno dei leader europei dedicando al comparto quasi il 16% della sua superficie utilizzabile. In termini relativi, per capirci, siamo ben al di sopra dei principali Paesi produttori come Spagna (10,1%), Germania (9,07%) e Francia (8,06%). Ed evidenziamo, al tempo stesso, un dato doppio rispetto alla media di un Continente sempre più incline allo sviluppo di queste coltivazioni. Le prospettive future, infatti, sono anch’esse incoraggianti: a trainare il settore c’è infatti il trend positivo del consumo dei prodotti bio cresciuto addirittura dell’11% durante il lockdown. Un dato incoraggiante visto che l’Ue si è posta l’obiettivo di destinare a colture biologiche il 25% dei terreni entro il prossimo decennio.

“Salute del suolo, dell’ecosistema, delle persone”

Riconosciuta dall’IFOAM, la Federazione internazionale del settore come “un sistema di produzione che sostiene la salute del suolo, dell’ecosistema e delle persone”, l’agricoltura biologica è al centro della direttiva UE 848 del 2018 destinata ad entrare in vigore nel 2021 con l’obiettivo di regolamentare e dare nuovo slancio al comparto. La politica europea, in particolare, scommette da tempo sugli effetti positivi delle coltivazioni sostenibili in senso lato. Nei campi soggetti a coltura biologica, il tasso di assorbimento di CO2 è pari a 3 volte e mezzo il dato rilevato nei suoli adibiti a produzione convenzionale. Un dato che evidenzia ancora una volta il legame conclamato tra la salute dei terreni e il contrasto al cambiamento climatico.

Ripristino, riutilizzo e agricoltura bio: il piano UE per la salute del suolo

Il suolo europeo è minacciato da tanti fattori. Dalla UE una lista di soluzioni e obiettivi definiti per fermare il degrado e ripristinare i terreni continentali

di Matteo Cavallito

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Un terreno sano è alla base della sicurezza alimentare e della fornitura di servizi ecosistemici fondamentali, come l’equilibrio idrogeologico e la regolazione climatica. Ma questa risorsa, non rinnovabile e difficile da recuperare, è oggi sotto attacco: due terzi circa (60%-70%), dei suoli europei non sono in salute a causa dell’impatto di fenomeni come inquinamento, urbanizzazione e cambiamento climatico. Per attuare l’auspicata svolta occorre quindi «un nuovo approccio capace di coinvolgere diverse discipline». Lo ha sostenuto Cees Veerman, presidente del Mission Board for Soil Health and Food della Commissione europea, intervenuto nelle scorse settimane in occasione dell’edizione 2020 di Ecomondo.

I suoi degradati? Costano €50 miliardi all’anno

I numeri, ha riferito Veerman, dipingono un quadro a tinte fosche. Le indagini condotte dalla UE, ad esempio, hanno segnalato la presenza nel Vecchio Continente di ben 2,8 milioni di siti potenzialmente contaminati. A preoccupare, inoltre, è il diffuso rischio di eutrofizzazione, un problema notoriamente significativo che si abbatte sul futuro della biodiversità e che potrebbe riguardare oggi dal 65% al 75% dei suoli europei. A tutto questo si aggiunge la dispersione del carbonio (con ovvie conseguenze sul clima) e il rischio di dissesto idrogeologico che, al pari di quello relativo alla desertificazione, riguarda un quarto circa dei terreni continentali. Tutto questo, precisa il presidente del Mission Board, genera per la UE costi annuali per oltre 50 miliardi di euro.

Il primo obiettivo della Mission UE è quello di ripristinare il 50% del suolo degradato. Immagine: dalla presentazione di Cees Veerman, Ecomondo Digital Edition 2020.

Il primo obiettivo della Mission UE è quello di ripristinare il 50% del suolo degradato. Immagine: dalla presentazione di Cees Veerman, Ecomondo Digital Edition 2020.

Dalla UE uno sforzo senza precedenti

L’obiettivo fissato dalla Ue è ormai noto: garantire la salute del 75% del suolo entro il 2030. Per raggiungere questo traguardo, spiega Veermann, occorre soddisfare alcune condizioni precise. In primo luogo è necessario ripristinare il 50% del suolo degradato. Inoltre, aggiunge, bisogna aumentare la concentrazione del carbonio nel suolo (da +0,1% a +0,4% all’anno) abbassando, di conseguenza, il livello di emissioni in atmosfera. La lista delle azioni urgenti include anche il contrasto alla cementificazione alzando al 50% il tasso di riutilizzo del suolo urbano (ad oggi solo il 13% di quest’ultimo è soggetto a recupero in alternativa a nuove espansioni). Ma l’elenco della azioni urgenti non si esaurisce qui.

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Agricoltura sostenibile

La lista degli obiettivi include anche la riduzione dell’inquinamento del suolo. Per ottenere questo risultato, spiega ancora Veerman, è necessario destinare all’agricoltura biologica almeno un quarto del territorio coltivato in Europa. Oltre ad abbassare significativamente il rischio di degrado causato dall’eutrofizzazione e dall’utilizzo di pesticidi e altri prodotti similari per una quota aggiuntiva di suolo compresa tra il 5% e il 25% del totale.

«Ricerca, innovazione e approccio sistemico»

Nell’agenda delle iniziative rientrano anche lo stop all’erosione su almeno il 30% (ma l’obiettivo più ambizioso è fissato a quota 50%) dei terreni a rischio e il calo (dal 20% al 40%) dell’impronta di carbonio sulle importazioni di cibo e legname nella Ue. Fondamentale, infine, sensibilizzare sull’argomento gli operatori e i cittadini europei garantendo una maggiore consapevolezza. «Abbiamo bisogno di ricerca e innovazione e di un approccio sistemico» ha concluso il presidente del Mission Board. L’obiettivo, ha precisato, è creare insieme soluzioni da testare e dimostrare coinvolgendo non solo gli scienziati e gli agricoltori ma anche, in ultima analisi, la società nel suo complesso.